Belounis, il calciatore francese “prigioniero” del Qatar (e come lui migliaia di lavoratori schiavizzati)

Non percepisce lo stipendio da 18 mesi e ha denunciato la sua squadra. Ma senza l’intercessione del club non può uscire dal paese. È la legge “kafala”

Sembrava che lo scorso giugno, quando riuscì addirittura a incontrare il presidente francese Hollande in visita in Qatar, la sua situazione sarebbe andata incontro ad una soluzione. Invece Zahir Belounis, calciatore 33enne francese di origine algerina, è ancora là, nel piccolo emirato del Medio Oriente, “prigioniero” di un sistema che non gli permette di tornare nel suo paese, a causa di una vicenda giudiziaria letteralmente paradossale, che al di là delle Alpi sta avendo grande risonanza.

18 MESI SENZA STIPENDIO. Beounis non potrà lasciare il Qatar finché non si sarà risolta la causa che lui stesso ha sollevato contro il club per cui giocava e per il quale è ancora sotto contratto, l’El Jaish: si parla di 18 mesi di stipendi non pagati, che ovviamente Belounis vuole indietro. Nel 2010 era stato acquistato dalla squadra firmando un accordo quinquennale, ed era stato scelto come capitano vista anche la sua esperienza internazionale, maturata tra Francia, Svizzera e Malesia; nel 2011 poi era stato tra i protagonisti della promozione del club in Stars League, la serie A locale. Per due mesi aveva pure preso la nazionalità qatariota per poter partecipare ai giochi mondiali militari in Brasile. Poi però è stato mandato in prestito all’Al Markhiya, club in seconda divisione, e da allora ha smesso di percepire lo stipendio.

IL SISTEMA “KAFALA”. E ora che ha sporto querela, a impedirgli di lasciare il Qatar è la legge “kafala”, contestata da molti perché vincola rigidamente l’ingresso e l’uscita di lavoratori migranti ai loro datori di lavoro o a uno “sponsor” che paga il loro arrivo. Secondo i critici è un sistema che riduce praticamente in schiavitù il lavoratore, dipendente in tutto e per tutto dal suo capo. Come spiega l’Huffington Post, per lasciare il paese a Belounis servirebbe un visto d’uscita che però deve essergli accordato dal suo datore di lavoro, oppure il giocatore dovrebbe lasciar decadere la causa accontentandosi del 10 per cento della somma che gli spetta. Come ha deciso di fare un anno fa Abdessalam Ouadoo, collega di Zahir che, finito in grane analoghe, pur di riuscire a liberarsi dal vincolo stretto con la sua squadra, il Lekhwiya, ha rinunciato a contestare i cinque mesi di stipendio arretrati. Per avere l’ok a tornare in Francia, infatti, Ouadoo ha dovuto ritirare la denuncia.

GLI ALTRI STRANIERI SCONOSCIUTI. Trentatré anni, Belounis non scende in campo ormai da mesi, e ha capito che, al di là di come andrà a finire questa vicenda, la sua carriera calcistica è finita. Ma ciò che più lo intristisce – ha raccontato alla stampa – è sentirsi trattato come un criminale, trattamento riservato pure alla sua famiglia. E se lui, grazie al clamore mediatico suscitato, può ancora coltivare qualche speranza di uscire bene dalla sua “prigionia”, c’è un’infinità di lavoratori stranieri sconosciuti, magari approdati in Qatar proprio per lavorare alla costruzione degli stadi del Mondiale 2022, che sicuramente resteranno vittime della legge “kafala”: si parla di 1,2 milioni di stranieri giunti nel paese negli ultimi due anni, soprattutto da India, Nepal, Bangladesh. Oltre alle scarse garanzie sindacali e ai gravissimi problemi di sicurezza (questa estate si è registrato qualcosa come un morto al giorno nei cantieri degli stadi), sono costretti a lasciarsi imprigionare dal sistema degli sponsor, che contribuisce a rendere le loro condizioni di lavoro ancor più “schiavistiche”, come le ha definite l’International Trade Union Confederation.