Belgio. E ora che l’eutanasia per i bambini è legge? «Dobbiamo educare i giovani e impegnarci in politica»

Intervista a Drieu Godefridi, portavoce del movimento belga “casacche gialle” che si è battuto contro l’introduzione della legge: «L’hanno approvata in modo subdolo ma alcuni credenti e intellettuali si sono risvegliati»

Ora che il re del Belgio Filippo ha firmato la legge sull’estensione dell’eutanasia ai minori, che cosa faranno i belgi che hanno protestato contro questa norma? «C’è una guerra educativa e politica da combattere», dichiara a tempi.it Drieu Godefridi, filosofo agnostico e giurista alla Sorbona di Parigi, portavoce del neonato movimento belga “Les dossards jaunes” (“casacche gialle”) che ha protestato contro l’eutanasia al fianco dei cattolici.

La legge è passata con 84 voti favorevoli, 44 contrari e 12 astenuti. Questo ampio consenso rispecchia quello della società civile?
Quando la legge sull’eutanasia è stata approvata nel 2002 ci fu un dibattito enorme, che questa volta è mancato. Dodici anni fa la società era spaccata ma ora la legge ha radicalizzato la mentalità: molti malati pensano di non valere niente e i giovani credono che, se si soffre, la vita non è degna di essere vissuta. I casi di eutanasia continuano a crescere: solo l’anno scorso sono stati 1.500. Per approvare l’eutanasia infantile, però, è stato usato un metodo subdolo al fine di non destare scandalo.

Quale?
Come al solito sono stati portati esempi estremi di possibili sofferenze atroci. Si sono utilizzate espressioni che confondono, come “aiuto a morire” o “morte compassionevole”, per far leva su un sentimentalismo già dilagante. Anche se nessun bambino ha mai chiesto l’eutanasia, si è parlato comunque di autodeterminazione, come se fossero in grado di scegliere. Il governo poi non aveva mai inserito nel suo programma questa legge: hanno scelto la tattica del silenzio.

La Chiesa ha detto: «Prendiamo atto della situazione, ma non la accettiamo».
I credenti hanno partecipato al dibattito offrendo ragioni laiche e umane, spiegando che questa è una trappola per far pensare a chi soffre che è meglio se toglie il disturbo e per estendere l’eutanasia alle persone handicappate o malate di mente. Proprio come nella Germania nazista. Purtroppo però sulla Chiesa c’è un pregiudizio enorme e il mondo cattolico è in crisi. Il re Filippo l’ha rappresentata bene: molti come lui vanno a Messa ma poi vivono come gli altri. Il suo “no” sarebbe stato la testimonianza importante di un uomo libero che non ha paura del potere.

È possibile tornare indietro?
Credo che occorra aprire un dibattito europeo: di questa legge se ne parla già in Inghilterra e in Francia. Bisogna educare i ragazzi, tornando a vivere secondo i princìpi naturali che vogliamo difendere, ed impegnarsi in politica e nell’informazione. Alle elezioni che si terranno tra poco bisognerà poi rimettere questa legge al centro del dibattito, facendo emergere l’illegalità in cui viene applicata. È necessario anche svelare gli interessi economici che stanno dietro questi provvedimenti, dato che curare costa molto di più che uccidere i malati.

Vede qualche segnale positivo nella società?
Contro questa legge hanno parlato cattolici, musulmani ed ebrei. Ci sono intellettuali che si sono risvegliati, molti pediatri che si sono opposti alla legge, associazioni che operano per sostenere le persone che soffrono con le cure palliative, gente che aiuta i malati. Ma perlopiù la società è rimasta passiva.

Perché?
La gente è interessata solo a ciò che la tocca da vicino. Ma io resto speranzoso e cerco di fare un cammino comune anche con chi crede, consapevole che le nuove generazioni sono ferite ma aspettano solo che qualcuno offra loro un senso.