Bee Gees: è morto Robin Gibb

Robin Gibb non ce l’ha fatta: domenica 20 maggio, a Londra, si è arreso al cancro al colon, che da tempo gli aveva minato la salute. Riproponiamo, l’articolo che qualche settimana  fa, “La stanza di Elvis”, alla notizia del suo peggioramento, aveva dedicato alla sua carriera e a quella del gruppo musicale di cui faceva parte: i Bee Gees.

Ritorna agli onori delle cronache il gruppo dei Bee Gees, purtroppo non per un nuovo disco ma per l’aggravarsi della malattia, un tumore al colon, che da qualche anno ha colpito Robin Gibb. La band è sempre stata un terzetto, ma non dobbiamo dimenticare che della famiglia faceva parte un quarto fratello Andy, il più giovane, che scelse la carriera solista, interrotta tragicamente con la sua morte nel 1988, all’età di trent’anni, per un infarto. Il lutto poi ha colpito ancora: nel 2003 Maurice, il gemello eterozigote di Robin, muore a 54 anni, anch’egli per un attacco cardiaco. È dopo la sua morte che Robin e Barry (il fratello maggiore) decidono di sciogliere il gruppo.

I Bee Gees, vera e propria leggenda musicale, dall’inizio degli anni 60 hanno attraversato mode e stili rimanendo sempre una vera “impresa a conduzione famigliare”, interpreti dei brani da loro composti, mediocri strumentisti ma ottimi cantanti. Del resto l’impatto vocale è sempre stato la loro forza, il tratto specifico nell’impero canoro angloamericano. Loro, australiani di nascita e inglesi d’adozione. Si propongono al pubblico come la quintessenza del pop romantico: le loro sognanti, un po’ zuccherose ma mai melense ballate, sono il tripudio dei teenagers, già adoranti della produzione beatlesiana. Pur non arrivando alle vette compositive del quartetto di Liverpool, i tre fratelli sono stati l’alter ego pop dei “baronetti”, mentre quello più blues e rock era appannaggio dei Rolling Stones: titoli come Massachusets, Lonely Days, I started a Joke, To love Somebody (scritta per Otis Redding, che non fece a tempo a pubblicarla), I gotta get a Message to you (il Pensiero d’amore di Mal). Tutti pezzi entrati di diritto nella storia del pop degli anni 60.

Anche gli anni 70 si aprono con le ballate acustiche: How can you mend a broken heart (negli anni coverizzata a più non posso), Run to me, My world, e l’episodio che chiude un’era Saw a new morning, Festivalbar 1973. Proprio in quegli anni, infatti, il mondo musicale delle radio viene invaso dal fenomeno della “soul explotion”: Barry White, Donna Summer, Gloria Gaynor, Van Mc Coy e una miriade di gruppi funky s’impongono nelle classifiche di vendita con prodotti in bilico tra il pop e il soul, trasformando la fruizione della musica da ballo attraverso la proliferazione delle discoteche, celebrate dal film Saturday Night Fever, trampolino di lancio per la carriera cinematografica di John Travolta. Era il 1977, esattamente 35 anni fa. Ed ecco che i Bee Gees cambiano totalmente pelle musicale: confermata la svolta dell’anno precedente con l’uscita del singolo You should be Dancing, documentata dall’ottimo live celebrativo Here at last, e sotto la cura del loro produttore storico, il leggendario Robert Stigwood, coordinano la colonna sonora del film. Prestano le loro composizioni ad altri artisti e gruppi emergenti, ma tenendosi per la premiata ditta Bee Gees le “smash hits” più calde. Una su tutte: l’eterna e sempre attuale Stayin’ alive, l’icona della “disco music”, la canzone perfetta, l’evergreen per antonomasia che metterà per sempre d’accordo il colto e il popolano, i palati esigenti e i discotecari più scatenati. Il successo di questo nuovo genere dance che annulla le diversità, realizzando l’integrazione sociale partendo da una musica nera suonata dai bianchi, è assolutamente globale e il doppio long playing entrerà nell’hit parade dei dischi più venduti di sempre.

Purtroppo la loro parabola musicale non è destinata a durare: il tempo di realizzare un secondo ellepì, Spirit having flow, contenente la trascinante Tragedy, ed ecco il lento ed inarrestabile declino. Il falsetto di Barry, copiato in tutto il mondo, diventa sempre più anacronistico e stucchevole e, prosciugatasi la vena compositiva, anche le vendite cominciano a crollare. Qualche collaborazione prestigiosa puntella ancora il marchio, come quella del 1980 con Barbra Streisand (Woman in love), ma il declino è irreversibile. Robin nel 1985 azzecca il singolo Juliet, che diventa il tormentone dell’estate. Per il gruppo dei Gibb, gran parte degli anni ’80 e ’90 sono malinconici e dimenticabili e il prestigio del nome vive grazie alla costante riedizione dei Greatest Hits. All fine ddegli anni Novanta la rotta sembra invertirsi: si ritorna a vendere qualche milionata di copie e nel 2001 l’album This is where i came in viene apprezzato anche dalla critica, che vede un ritorno alla freschezza delle origini. Ma la cattiva sorte si accanisce: dopo un paio d’anni muore Maurice, che negli ultimi tempi aveva preso le redini della direzione artistica del gruppo. Rimasti soli Barry e Robin decidono in un primo momento lo scioglimento definitivo dei Bee Gees, anche se appariranno ancora in qualche serata benefica. Ora, all’alba dei settant’anni, Barry vede spegnersi anche la vita di Robin e accendersi l’ultimo atto della carriera dei Bee Gees: quello della leggenda.

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