Baubò al Vittoriano. Avventure e disavventure femministe nell’ostensione della vulva

Mi piacerebbe che il ministro della Difesa intervenisse per snebbiarci dai dubbi, confermando il falso d’autrice ovvero mettendo agli arresti i militari chiamati a proteggere il sacrario della nazione

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teatro-vallePubblichiamo l’editoriale di Tempi tratto dal numero del settimanale da oggi in edicola Non vorrei mai che un giorno mia figlia Iulia, di mesi sedici, fosse costretta a reclamare i suoi veri o presunti diritti mostrando il sesso a cielo aperto, come pare abbia fatto una turba di femministe romane l’8 marzo scorso, sulla scalinata dell’Altare della Patria. Ho scritto “pare” perché fin da subito, quando i social hanno preso a rimpallarsi la fotografia di una provocazione destinata a punteggiare anche lo “strano ma vero” dei quotidiani cartacei, ho pensato alla patacca. Su questo punto sono in discreta compagnia: altri, come me ma con linguaggio più moderno, parlano ancora adesso di “fake autoprodotto”. Qui a Tempi abbiamo in effetti deciso di osservare e tacere, malgrado amici e lettori c’invitassero a denunciare la profanazione del Vittoriano, la Patria di Marmo.

Mi piacerebbe che il ministro della Difesa in persona, la stimabile signora Pinotti, intervenisse per snebbiarci dai dubbi, confermando il falso d’autrice ovvero mettendo agli arresti i militari chiamati a proteggere il sacrario della nazione, la tomba del Milite Ignoto, la statua della Dea Roma e le quadrighe della Vittoria capitolina, dalla tracotanza di chiunque osi contaminarne il silenzio solenne. E concordo con Pietrangelo Buttafuoco, quando indica a modello l’Arco di Trionfo che ospita il Milite Ignoto francese sugli Champs-Elysées (i Campi Elisi!), lì dove è sufficiente accendersi una sigaretta per finire manganellati con dovizia dalla sicurezza militare. A Roma, invece, l’Altare nostro è divenuto un bivacco per manipoli di turisti e mestieranti, con tanto di ascensore e tavola calda in cima. Indegna autobiografia della nazione.

Ma torniamo alla potenza simbolica racchiusa, anzi sprigionata nell’ostensione della vulva. Chi disponga d’una sensibilità adeguata avrà colto in quel gesto femminile una ripetizione farsesca dell’archetipo di Baubò, la vecchia che nella narrazione dei Misteri eleusini svela all’improvviso la sua origine del mondo per strappare un sorriso a Demetra angosciata dalla scomparsa della figlia Kore. In un inno orfico si racconta che costei «sollevò il peplo e mostrò per intero/ un luogo del corpo per nulla decente; ma Iacco, un fanciullo, era lì/ e si precipitò con la mano, ridendo, sotto il grembo di Baubò./ Di ciò sorrise la dea e si rallegrò nel suo animo». (Quasi dieci anni fa, quel magnifico gentiluomo napoletano che fu Ruggero Guarini rievocò questi versi sul Foglio per spiegare il similissimo incipit de Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile).

Anche nella foto delle insolenti femministe appare un bambino e, guardacaso, nella stessa posizione di Iacco: è la versione teratologica di un atto magico-rituale antichissimo (anasyromai) con il quale si compie la chiamata a raccolta delle forze matriarcali di fecondità ingravidate da un possente vento maschile o in attesa che l’elemento patriarcale ristabilisca l’equilibrio. Strana protesta, dunque, in questo scatto che vorrebbe manifestare l’infeconda rivendicazione di una pseudo-libertà (il corpo è mio eccetera) ma al contempo denuda nelle sue protagoniste lo status di prigioniere immemori delle intuizioni archetipali e nient’affatto femministe su cui si fonda l’agire di donne e uomini, seppur sradicati e sconsacranti.

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