La battaglia contro il nickname “razzista” dei Redskins passa all’Ufficio brevetti

Cancellati sei marchi registrati dalla franchigia di football di Washington: «Sono dispregiativi nei confronti dei nativi americani». L’ultimo atto di una battaglia tra tolleranza e politically correct.

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La squadra di football americano di Washington non si deve chiamare più Redksins, e stavolta lo vuole pure l’U.S. Patent and Trademark Office, l’Ufficio Brevetti e marchi di fabbrica americano. Mercoledì scorso l’ente statunitense ha infatti cancellato sei marchi registrati legati alla franchigia, rimuovendo così quel riferimento ai pellerossa ritenuto «dispregiativo nei confronti dei nativi americani» e dando un nuovo seguito, stavolta legale, alla lunga querelle legata al nickname Redskins. Stavolta, ad aver ragione sono stati i cinque nativi americani che hanno portato avanti la causa contro la squadra, seppur – va precisato – gli effetti di questa sentenza sono più simbolici che effettivi.
Resta ancora un processo d’appello, nell’attesa del quale i Redskins possono continuare ad usare il loro soprannome, vendere maglie, tazze e gadget d’ogni genere col profilo del pellerossa (il loro simbolo, incriminato pure quello) e i loro appellativo ben impressi. Ma il colpo all’immagine è notevole, in un caso che vede allinearsi sempre più voci, a spingere perché Washington abbandoni quel soprannome ritenuto razzista.

LA STORIA DEL NOME. La difesa della squadra non si è fatta aspettare: il legale Bob Raskopf ha ricordato come già in passato l’U.S. Patent and Trademark Office aveva emesso una sentenza simile, ribaltata poi dalla corte federale. Mancavano evidenze sul fatto che di per sé il nome fosse dispregiativo. Perché la franchigia ricorda come il nickname sia stato scelto, negli anni Trenta, con tutt’altre ragioni: l’intento era quello di rievocare lo spirito combattivo e fiero dei nativi americani, cui la squadra voleva rifarsi anche nelle “battaglie” in campo. Era anche un omaggio a Willy Dietz, head coach della squadra nei suoi primi anni di vita, che orgogliosamente rivendicava le sue origini sioux.
I tifosi di Washington lo sanno, e tanti ricordano che in passato anche altre squadre avevano nomi che ricordavano tribù o gruppi di nativi americani. Daniel Snyder, chairman della squadra, porta sempre a suo favore un sondaggio condotto anni fa i nativi indiani, in cui si chiedeva quanto ritenevano offensivo nei loro confronti il nickname Redskins. E la risposta fu netta: il 90 per cento di loro disse che quel soprannome non dava problemi.

LE POLEMICHE. Ma non tutti danno ragione a Snyder e ai suoi tifosi, e nell’ultimo anno le voci contrarie a quel soprannome si sono moltiplicate, un po’ sull’onda del dissenso di alcuni nativi e un po’ sull’onda del politicamente corretto. Lo scorso agosto alcune testate statunitensi, in testa Slate, giuravano che non avrebbero più chiamato la squadra con quel nome, definito “racist slur”, mentre ad ottobre si registrava la presa di posizione più prestigiosa: quella del presidente Obama, pure lui favorevole ad un cambio di nome: «Se io fossi il proprietario di una squadra e sapessi che il suo nome offende un determinato gruppo di persone, allora penserei di cambiarlo». A fine maggio, invece, 50 senatori democratici hanno scritto alla NFL  chiedendo di non ignorare più «l’uso di questo nome per quello che è: un insulto razziale. La squadra di Washington è dal lato sbagliato della storia».

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