«Basta aborti illegali». Il Kenya mette al bando Marie Stopes International

Il colosso abortivo britannico ha ammesso di compiere aborti illegali nelle sue cliniche nel paese dopo un’indagine del governo. Vietati anche gli spot pubblicitari: «Facevano passare l’aborto per una pratica cool»

Il Kenya ha intimato a Marie Stopes International di cessare immediatamente ogni interruzione di gravidanza nel paese e di fornire una lista dettagliata delle attività svolte per 60 giorni. In seguito a una petizione, infatti, un comitato medico incaricato dal ministro della Salute ha scoperto che il colosso abortivo britannico pratica interruzioni di gravidanza illegali nello Stato africano.

Il Kenya autorizza l’aborto quando la vita o la salute della donna sono in pericolo e vieta di fare pubblicità alla pratica. Il gruppo non solo pubblicizza l’interruzione di gravidanza via radio e online, ma promette di interrompere una gravidanza quando è indesiderata e anche quando ad essere incinta è una minorenne.

L’INDAGINE

Ann Kioko, attivista di CitizenGo all’origine della petizione, ha telefonato a un centro di Marie Stopes nel paese facendo credere di essere incinta. La clinica le ha chiesto subito 48 dollari, l’equivalente della paga mensile di un lavoratore non qualificato, proponendole immediatamente l’aborto e «cercando di convincermi ad abortire», senza darle alternative su come proseguire con la gravidanza in tutta sicurezza.

Rispondendo alle domande degli inquirenti, il dottor Hezron McObewa, a capo di Marie Stopes in Kenya, ha ammesso che l’interruzione di gravidanza viene proposta e praticata anche su minorenni senza consenso dei genitori. «Ci basta la volontà della giovane». A queste parole i membri della commissione avrebbero risposto: «Non ha mai pensato che esistono delle leggi in Kenya?».

«L’ABORTO È COOL»

Le autorità del Kenya hanno dunque proibito il 18 novembre a Marie Stopes di condurre aborti nel paese e di pubblicizzare l’interruzione di gravidanza, riporta la Bbc. Secondo Ezekiel Mutua, a capo dell’agenzia governativa che si occupa di approvare le pubblicità, «gli spot di Marie Stopes erano poco professionali e facevano passare l’aborto per una pratica cool». La Ong è stata anche obbligata a rendere conto al governo di ogni attività condotta nelle sue cliniche per 60 giorni. Marie Stopes è stata condannata per aver condotto aborti illegali in Zambia nel 2012 ed è sotto indagine in Tanzania.