Bar Sport, dal libro cult di Stefano Benni al grande schermo (ma senza cuore)

Riduzione cinematografica del romanzo d’esordio di Stefano Benni con un cast di ottimi attori comici italiani. Ma il risultato delude le aspettative: Bisio, Catania, Amendola, Teocoli, Battiston e compagni non sono supportati da una buona sceneggiatura, né da una regia efficace. E il pubblico non ride

Avviso per i naviganti: il film non c’entra nulla con Al bar dello sport, il mitico, famigerato trash movie firmato nel 1983 da Francesco Massaro e interpretato dai vari Lino Banfi, Mara Venier, Sergio Vastano e Jerry Calà. Bar sport è ben altro anche se non abbiamo capito se nel bene o nel male. È la riduzione cinematografica del primo libro, omonimo, di Stefano Benni, con al centro le vicende di varia umanità nei dintorni di un leggendario piccolo bar di paese. Il film del regista Massimo Martelli ha molte velleità: affrancarsi da una commedia di tipo greve, magari scollacciata, comunque superficiale che spesso trova fortuna nel nostro Paese; rievocare il tono nostalgico del romanzo di partenza attraverso l’umorismo sottile e al contempo avvolgere il racconto di una certa malinconia; dar vita a tanti personaggi il più possibile sfaccettati, specchio di un’Italia provinciale e ruspante che forse si è perduta per sempre. Buone intenzioni che per la più parte si fermano al palo. Bar sport ha parecchi punti deboli, a partire proprio dal tipo di umorismo senz’altro ricercato e non greve, ma che fallisce non facendo mai ridere. Le colpe sono equamente divise tra sceneggiatura, piuttosto debole e prevedibile, e regia: mancano i tempi comici, il che è paradossale essendo il cast ricchissimo di comici anche di talento, le gag sono ripetute e tirate troppo per il lungo come quelle, prevedibili, stancanti e poi irritanti dell’insegna che non si accende mai al momento giusto o della “Luisona”, la pasta “avvelenata”, una vera e propria trappola per i clienti sprovveduti del Bar Sport.

 

I personaggi che probabilmente sulla carta hanno ben altro spessore sono ridotti a mere figurine, maschere dai connotati sin troppo riconoscibili, spesso troppo sopra le righe come il personaggio di Bisio, figura collante del film; altri, come il coro della coppia Savino-Finocchiaro è sin troppo schematico e scritto; altri ancora, come Bob Messini, l’insopportabile Vito e Antonio Cornacchione, poco più che caricature. L’impianto narrativo lascia perplessi: la voce fuori campo è sin troppo invadente e richiama certi non memorabili film di Avati, come Gli amici del bar Margherita, singolarmente simile nei toni e nell’intreccio proprio a Bar sport. E le sequenze d’animazione che spesso punteggiano la narrazione, se non sono mal fatte da un punto di vista tecnico, come si può notare nelle rievocazioni del personaggio di Bisio, sono usate nel modo più ovvio, un semplice calco della pagina stampata, come nella sequenza animata del coccodrillino Lacoste che per il troppo caldo decide di darsi una rinfrescata scucendosi da una maglietta o in quella in cui le zanzare modello Frecce Tricolori infestano il bar. Un conto è la pagina scritta e le immagini inserite in essa, altro l’immagine cinematografica.

 

Un film sbagliato, più che mal fatto: confezionato bene, comunque ben al di sopra di molti dei recenti film di Avati che pare il modello imprescindibile, e supportato da una schiera di bravi attori purtroppo sottoutilizzati, Bar sport è un film sbagliato nell’approccio al romanzo di partenza ed è sbagliato nei registri utilizzati: fa poco ridere, fa poco appassionare. Non scatta mai la compartecipazione dello spettatore alle vicende sottilmente malinconiche dei personaggi, perché i personaggi sono troppi e troppo abbozzati. Figure di carta più che uomini autentici con problemi e gioie e dolori autentici. Così, anche momenti potenzialmente interessanti – il personaggio patetico del playboy interpretato dal grande Teo Teocoli, il bizzarro uomo del flipper, la sfida all’ultimo colpo a biliardo – rimangono solo flash curiosi che suscitano al massimo il desiderio di andare a vedere sulla carta come potevano essere trattati o come potevano finire. Troppi personaggi, troppe situazioni, troppi registri che si fondono male: il risultato è una commedia malinconica e nostalgica che non fa immalinconire, non fa ridere, e non fa scattare nemmeno troppa nostalgia. Come raccontava Vasco Rossi in Questa storia qua, il documentario sul cantante che proprio da un luogo come il Bar Sport si è fatto le ossa, la nostalgia ha a che fare con i luoghi del cuore più che con posti veri e propri. E se c’è una cosa che manca a Bar Sport, è proprio il cuore.