Intervista a Guido Castelli, il sindaco di Ascoli rieletto col 59 per cento dei consensi (la notizia è che è di centrodestra)

Alle Europee i suoi concittadini hanno votato Renzi e Grillo, ma lui come primo cittadino. «C’è bisogno di unità, valorizzazione del territorio e fluidità nella classe dirigente»

«Il paradosso ascolano è che migliaia di cittadini a cui è stata data una scheda azzurra e una rossa, nei seggi, hanno votato Renzi e Grillo alle elezioni europee, e il loro sindaco di centrodestra alle comunali». Lo dice a tempi.it il primo cittadino di Ascoli Piceno, Guido Castelli (Forza Italia, nella foto), al rientro da Roma dove, non a caso, è stato invitato da Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli. Castelli è il caso più emblematico di politici sindaci che hanno resistito all’ondata renziana e alla rabbia grillina. Castelli, è stato rieletto al primo turno, con il 58,9 per cento dei consensi e ha sbaragliato i concorrenti, incassando il triplo dei voti del centrosinistra (16,1 per cento) e lasciando i grillini sotto il 7 per cento.

Castelli, alle europee, i suoi concittadini hanno votato per Renzi (35 per cento) e per Grillo (24 per cento), mentre tutti i partiti del centrodestra non sono andati oltre al 25 per cento. Come spiega la sua vittoria?
Prima di tutto, mi sembra un dato che dimostra la maturità dell’elettorato e fa ben sperare. La gente non si fa trascinare dai venti, ma si orienta consapevolmente nelle scelte. In queste elezioni ha preferito la fiducia alla rabbia, una scelta positiva e non una distruttiva. E questo nonostante la crisi e le difficoltà. Poi, è chiaro, soprattutto in un comune, contano le cose fatte.  Ho impostato l’amministrazione sul fare, sul pragmatismo, e i cittadini ci hanno premiato.

Avrà pure usato qualche trucco per la campagna elettorale, no?
Da parte mia, ho preferito depoliticizzare e departizzare la mia candidatura. Non per opportunismo. Non faccio parte della cosiddetta “società civile”. Fin da adolescente ho sempre fatto politica (addirittura nell’Msi!), e la mia cultura politica è impostata sul realismo di orientamento cristiano. Ma proprio per questa impostazione, so che davanti a una situazione di crisi c’è bisogno di unità. Ascoli è una città a vocazione manifatturiera, la crisi si sente, e si è raggiunto il picco del 13 per cento di disoccupazione. Se si vuole fare una scelta di responsabilità, soprattutto in questi tempi, non si può alimentare divisioni. Personalmente mi sono reso conto di questo soprattutto diventando sindaco.

In che senso?
Ho sperimentato un cambiamento di prospettiva. In qualche modo, il sindaco si carica su di sé la sua comunità. Penso che sia il massimo grado della politica dove ci si relaziona con gli altri, dove bisogna stare attenti alle persone. Mi prendono per matto perché dico che c’è bisogno di “tenerezza”, ma è un requisito quando si tratta con le persone, come dice bene papa Francesco.

Cosa deve fare un sindaco per farsi rieleggere?
Santa Caterina da Siena diceva che una città è prestata ai governanti, che devono restituirla più bella. Questo è l’obiettivo di un sindaco. In campagna elettorale citavo anche l’esempio di San Tommaso Moro, patrono dei politici non per quello che ha fatto, ma per quello che non ha fatto, cioè non ha venduto l’anima al diavolo. Così un sindaco non solo deve fare, ma non deve nemmeno fare cose sbagliate. Deve dire di no. Si può discernere fra ciò che è un po’ più giusto e quello che è un po’ più sbagliato. Il sindaco deve saperlo fare.

Come vede il centrodestra, oggi?
Chiaramente occorre una rifondazione. Ma deve innanzitutto partire dal realismo: primo, c’è bisogno di unità. Il centrodestra ha bisogno di essere unito per dare il via al proprio progetto. Secondo, bisogna valorizzare l’esperienza esistente sul territorio. Terzo, c’è bisogno di fluidità nella classe dirigente. Cioè della possibilità di cambiamento. In fondo, è poi quello che dicono tutti i politologi: se c’è staticità nelle classi dirigenti, cioè se non c’è un meccanismo di ricambio consolidato, l’organizzazione politica deperisce. Non è un problema di “nuovismo” o di “facce nuove” ma dell’esistenza stessa di un meccanismo di cambiamento. Come nelle squadre di calcio: un conto è avere Maradona o Del Piero, che si tengono fino alla fine, un conto è il resto della squadra, che ha bisogno continuamente di ricambi.