Il Paese dei Normali
L’artista
Si presenta così, senza aggiungere altro: «Sono un artista». Non lo dice per provocare, lo dice perché non ha alternative. Se dovesse spiegare meglio, mentirebbe.
Non ha mai sfondato. Non ha nemmeno sfiorato il bordo del successo. Vive in stanze che cambiano indirizzo, espone quando capita, vende raramente. Quando qualcuno gli chiede «Sì, ma di lavoro?», sorride come si fa davanti a una domanda che non tiene conto della realtà.
Gli amici hanno smesso. Ora insegnano, progettano, amministrano. Ogni tanto lo guardano con una premura che assomiglia a una diagnosi. Lui li ascolta, poi torna a casa e lavora lo stesso. Non per eroismo. Per necessità.
Mai rinunciare
Non sogna riconoscimenti. Sogna continuità. Sogna di potersi permettere il tempo senza doverlo giustificare. Dice che smettere sarebbe come chiedere al corpo di decidere se respirare oppure no.
Espone in luoghi laterali. Biblioteche, bar, stanze prestate. Qualcuno passa e non capisce. Qualcun altro resta fermo qualche secondo in più. È lì che succede qualcosa, anche se non saprebbe dire cosa.
Sa che forse non arriverà niente. Ma sa anche che rinunciare lo renderebbe finalmente uguale a tutti. E non perché gli altri abbiano torto, ma perché lui, senza questo gesto inutile e ostinato, non saprebbe più chi è.
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