L’ariete grillino contro la sanità lombarda

Ricciardi del M5s ripete a pappagallo accuse che circolano da mesi contro il modello lombardo. Controdeduzioni

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Lo scomposto attacco del grillino Riccardo Ricciardi alla sanità lombarda non deve stupire più di tanto. Sebbene nelle ultime settimane si sia un po’ inabissata, la polemica contro la Regione Lombardia nella gestione dell’emergenza Covid non si è mai placata del tutto. Come ha scritto Lina Palmerini sul Sole 24 Ore «guardare solo verso Milano è un modo per non guardare a Roma». In altre parole: per i grillini puntare il dito verso la Lombardia è un modo per distogliere l’attenzione dagli errori di Conte. «Se infatti – ha scritto Stefano Folli su Repubblica – anche i morti per Covid in Lombardia diventano occasione, o meglio pretesto, per uno scambio di contumelie volgari con la Lega, si capisce che siamo all’anno zero, altro che “fase tre”».

Il Che Guevara di Massa

Ricciardi è il tipico grillino da combattimento che ripete a pappagallo gli slogan del Manifesto e del Fatto quotidiano. Lo chiamano «il Guevara di Massa», e, per dire della sua cultura garantista e liberale, nel 2013 lanciò questa promessa durante la campagna elettorale per l’elezione a sindaco: «Se vinco io, farò venire la guardia di Finanza a ispezionare i conti in Comune». Per fortuna, soprattutto dei cittadini di Massa, non fu eletto. Dalla sua intemerata alla Camera hanno preso le distanze praticamente tutti, persino il ministro Speranza (che è di Leu), il presidente grillino Fico (che è considerato il suo punto di riferimento politico), fino a Conte e Di Maio che hanno fatto trapelare i loro malumori.

Piacenza è in Lombardia?

Ma Ricciardi è solo un peones un po’ fegatoso e confusionario – come rivela la sua gaffe sui «soldi delle tasse» per l’ospedale in Fiera – che s’è guadagnato il suo quarto d’ora di celebrità. Lui è l’ultima testa d’ariete in ordine di tempo, ma simili accuse al “modello sanitario lombardo” si vanno ripetendo da mesi. Prima di lui le hanno sostenute Andrea Orlando, Pierfrancesco Majorino, Michele Serra e Roberto Saviano, per citare i casi più rumorosi. Con accenti diversi, hanno ripetuto tutti lo stesso slogan: i morti del virus vanno imputati alla Regione. Più nello specifico: vanno imputati a quel sistema regionale che, favorendo gli ospedali privati (i ricchi, «il business» per dirla alla Serra), hanno lasciato morire i poveretti. Dunque il “modello” ideato da Formigoni ed ereditato da Maroni e Fontana, è da cambiare, commissariare, in fin dei conti “statalizzare”. Rispondere a costoro è facile. Basterebbe dire loro di leggere l’intervista che Antonio Pesenti, primario del Policlinico di Milano, coordinatore delle terapie intensive lombarde, un uomo della sanità “pubblica”, ha detto al Corriere: «Davanti alla catastrofe, la Lombardia ha reagito a testa alta» (qui l’intervista completa tutta da leggere). Oppure invitarli a confrontare i numeri di Piacenza con quelli di Varese o Sondrio. Anche a Piacenza c’è il modello sanitario formigoniano?

Medicina di guerra

Sul numero di Tempi di maggio abbiamo provato a capire cosa ci sia di vero e cosa di pretestuoso in queste accuse. Lì è spiegato, con numeri e riferimenti a leggi, cosa si possa effettivamente imputare alla Regione e cosa no. Certamente non i ritardi dell’azione degli ospedali privati (che anzi si sono mossi tempestivamente), né la diminuzione dei posti letto (dimezzati in vent’anni per decisione del governo), né tutta una serie di accuse generiche che non tengono conto che la Lombardia s’è trovata ad affrontare una situazione inedita che avrebbe messo al tappeto chiunque. Come ha detto il professor Luciano Gattinoni, uno dei massimi esperti italiani di anestesia e rianimazione, quella praticata in Italia nei giorni acuti dell’emergenza non era medicina, «ma medicina di guerra».

E a proposito di “privati” e risorse su Tempi abbiamo ricordato che

«già a partire dal 2000, la Regione Lombardia ha bloccato l’accreditamento di nuovi posti letto di ricovero nei privati (Dgr 22/9/2000 n. 1305, Dgr 11/12/2000 n. 2625 e Dgr 3/2/2001 n. 8005) e, nel 2003, gli accreditamenti degli ambulatori specialistici privati – questo per dire quanto è stupido il commento di Serra sulla Lombardia che pensa solo business. Le risorse, poi, sono andate via via riducendosi anch’esse, a partire dal governo Monti con ulteriore aggravio durante l’esecutivo Renzi che, nell’anno in cui elargiva i famosi 80 euro, con la legge 150 del 23/12/2014 applicò un taglio di 2,3 miliardi al Fondo sanitario nazionale».

Una riforma incompiuta

Diverso è il discorso sul fatto che quello lombardo sia un sistema “ospedalocentrico”. Questo è vero, ma anche qui occorre raccontare per intero la storia e capire cosa è successo con la riforma Maroni del 2015 e l’introduzione delle Ats e Asst. Una «riforma incompiuta» per stessa ammissione degli assessori maroniani che la promossero e che ha reso più fragile la medicina territoriale lombarda. Chiedersi cosa ci sia che non funziona da questo punto di vista o interrogarsi senza astio su come si poteva gestire la situazione ad Alzano o Nembro o nelle Rsa, sono discussioni che possono portare a migliorare il “modello lombardo”, che, beninteso, continua a essere un modello perché, lo dicono tutti i numeri, è il miglior modo di gestire la sanità in Italia. È il migliore sotto il profilo sia delle cure sia dei conti (date un occhio al grafico qui sotto per farvi un’idea, sono i crediti vantati dalla Lombardia per tutte quelle persone che, da ogni parte d’Italia, vengono a farsi curare nei suoi ospedali).

Foto Ansa