Antonio Perugini

Era diventato il supermarket della marijuana d’Europa
e ha detto basta. Così il Canton Ticino ha impedito
che ad andare in fumo fosse tutto un tessuto sociale

Lugano
Il piano di Magadino, la zona più fertile di quel fazzoletto di terra che è il Canton Ticino, era ormai pronto per essere riconvertito alla coltivazione di canapa. Con buona pace dei contadini che invece di spaccarsi la schiena a piantare pomodori e insalata potevano con minimo sforzo affittare i propri terreni a coltivatori con il senso degli affari e la semente giusta a portata di mano. L’indotto connesso alla coltivazione e alla vendita di canapa aveva praticamente superato quello dell’agricoltura. I canapai crescevano come funghi, soprattutto all’ombra del fertile sottobosco che si snoda lungo il confine con l’Italia. Cronache dal cosiddetto “periodo dell’oro verde”, terminato molto bruscamente circa quattro anni fa con la cosiddetta “operazione Indoor”. Un’operazione condotta con accanita dedizione dal Ministero pubblico e in particolare dal terminator della fogliolina verde, il magistrato più inviso ai frequentatori di forum antiproibizionisti su internet che ruotano intorno al Ticino. È il procuratore Antonio Perugini, quello che nel corso di un processo a un canapaio bellinzonese ha tuonato: «Datemi un esercito e li chiuderò tutti». «Sì, è vero, l’ho detto – rivendica con un mix di orgoglio e ritrosia il magistrato elvetico -, ma già prima di quel fatidico 2003».
Sì perché il 2003 ha segnato l’acme e anche il capolinea di un processo di diffusione capillare della canapa sul territorio ticinese che durava da anni. «Il primo canapaio è stato aperto nel 1996 – spiega a Tempi Antonio Perugini -. Ma già intorno al ’99-2000 ne avevamo censiti una cinquantina sul territorio cantonale». Un canapaio altro non era che una rivendita di oggetti connessi con la canapa indiana. Dagli indumenti a base della “fibra magica”, alle tisane, ai libri di ricette per svelare i segreti della torta alla marijuana o i più esotici burro canapato e besciamella alla marijuana, fino al vero oggetto del desiderio: i sacchetti odorosi. Nulla più che sacchetti con foglie essicate di erba per profumare gli armadi. Poco importava, fino al 2003, che la stragrande maggioranza degli acquirenti non arrivasse affatto agli armadi di casa, ma preferisse mandare in fumo il proprio acquisto nel parchetto più vicino.
Una situazione paradossale (della serie: io te la posso vendere, ma tu non la puoi fumare), resa possibile dall’articolo 8 della Legge federale sugli stupefacenti e le sostanze psicotrope, che risale al 1951, secondo cui alcuni prodotti tra cui la canapa non possono essere «coltivati, importati, fabbricati, oppure posti in commercio, per estrarne stupefacenti». In altre parole è legittimo coltivare e anche rivendere la canapa e i suoi derivati, purché lo scopo non sia raggiungere “l’high”, quello stato euforico la cui durata e intensità dipendono dalle quantità e dalle modalità di assunzione della canapa. «Questo – spiega ancora Perugini – ha messo noi inquirenti nella difficile situazione di dover provare che la finalità di chi acquistava i sacchetti odorosi fosse quella di usarli come stupefacenti e non quella considerata legale, vale a dire la fabbricazione di tessuti, tisane etc. Dovevamo trovare cioè un certo numero di clienti che confermassero di comprare la canapa per fumarla, un obiettivo che ovviamente richiedeva un grandissimo sforzo. Un secondo elemento è legato a una giurisprudenza della nostra massima istanza giudiziaria (il Tribunale federale, ndr), che con una sentenza dell’inizio degli anni Novanta aveva stabilito la distinzione tra le cosiddette droghe leggere e quelle pesanti. Così diventava praticamente impossibile applicare la legge nel momento in cui venivano smerciate anche grosse quantità di marijuana. Che uno ne vendesse un grammo o una tonnellata era la stessa cosa, perché era comunque una droga leggera e dunque punibile con pene minori».

Germogliano i negozi
Così tra scappatoie legali e furbizie commerciali si arriva alla situazione del 2003, con 75 canapai sparsi su un territorio grande poco meno di tremila chilometri quadrati e con una popolazione di poco più di trecentomila abitanti. Hai voglia a profumare gli armadi. Il Ticino era ormai diventato il supermercato d’Europa della canapa. «A un certo punto siamo persino diventati esportatori di marijuana in Olanda! Le coltivazioni prendevano piede, soprattutto col metodo indoor, che consente di ottenere anche tre o quattro raccolti all’anno. Dietro alle coltivazioni locali abbiamo trovato esperti olandesi, australiani e da tutto il mondo che hanno insegnato i metodi ai nostri». Il giro d’affari si ingrossa vistosamente («nel 2003 eravamo a circa 150 milioni di franchi all’anno, praticamente quanto l’indotto dell’intero settore agricolo ticinese») e soprattutto il fenomeno si allarga fino a raggiungere tutti i settori della società. «Nell’inchiesta abbiamo trovato coinvolte più o meno tutte le categorie socio-economiche: dal contadino che affitta il campo ai signori della canapa, al semplice lavoratore che viene pagato in nero e a cottimo per il raccolto, fino all’avvocato che redige i contratti connessi al nuovo business».
Alla fine della filiera, ovviamente, i canapai. Sul confine con l’Italia, ma anche nel centro delle città, a due passi dalle scuole. Nel 2003 l’Associazione docenti svizzeri delle scuole elementari e medie lancia l’allarme chiedendosi se sia possibile insegnare a studenti che arrivano a lezione fumati e incapaci di concentrarsi. L’allora magistrato dei minori di Lugano, Silvia Torricelli, denunciò il levitare spropositato di procedimenti per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti da parte di minori, persino di 12 o 13 anni. Un’inchiesta per il magazine Falò della Televisione svizzera realizzata a quei tempi da Valerio Selle e Mariano Snider dal titolo Spinelli a colazione offre un significativo spaccato della situazione nelle scuole ticinesi. Con ragazzi anche delle medie che raccontano con disinvoltura di arrivare a più di cinque canne al giorno, alcuni all’insaputa dei genitori, altri allo scoperto, «ché tanto la piantina in casa ce l’hanno anche loro».
La favola della canapa come droga innocua, tanto in voga da noi, fa proseliti un po’ ovunque. Ma non incanta in eterno, perché un po’ ovunque, Svizzera compresa, i dati sulle caratteristiche della nuova erba dicono ben altro. «La canapa che abbiamo recuperato nel corso dell’operazione aveva un concentrato di principio attivo (thc) del 15 per cento in media». Un indizio fondamentale per provare che tanto industriale l’uso di quella sostanza non poteva essere. Una normativa europea degli ultimi anni stabilisce che si possa parlare di uso industriale della canapa se la sostanza ha un concentrato di thc pari allo 0,3 per cento. Anche a livello sanitario, il Ticino ha alzato le antenne, per cogliere i pericoli nuovi che arrivano da una sostanza che oggi, visti livelli di thc in circolazione, ha cambiato volto. Silvano Testa, direttore della clinica psichiatrica cantonale di Mendrisio, in un’intervista rilasciata ai media svizzeri nel 2004 metteva in guardia contro i rischi a livello psichiatrico dell’uso di canapa: «Ogni anno abbiamo una ventina almeno di minorenni che vengono ospedalizzati da noi, di cui più o meno la metà presentano un disturbo psichiatrico maggiore di tipo schizofrenico, delirante, allucinatorio. Ancora una volta sono dei giovani che poi quando entrano ammettono, sia pure a fatica, perché non se ne rendono conto e lo minimizzano, questo genere di consumo».
Quattro anni dopo l’operazione Indoor molti processi sono stati istruiti, le condanne – alcune anche piuttosto pesanti – sono state inflitte. E il pm Perugini si è fatto parecchi nemici. «Vero, sì. Il termine “talebano” è stato utilizzato più volte, perché abbiamo rovinato gli affari a parecchia gente. Ma quello che più mi ha colpito è stato trovare gente comune, madri e padri, che per strada mi ringraziano per quello che abbiamo fatto. Mi è capitato e mi capita tuttora». Il caso del Ticino ha avuto ripercussioni anche a livello federale. Nel 2004 è naufragata un’iniziativa legislativa per la depenalizzazione del consumo di cannabis, mentre nel dicembre 2006 il Consiglio federale ha raccomandato al Parlamento di respingere (e senza alternativa di controprogetto) una proposta di referendum popolare analogo.

Rapine ed estorsioni
«La prospettiva di una possibile futura depenalizzazione del consumo di marijuana era l’elemento che aveva innescato il proliferare dei canapai, che contavano sulla possibilità di arrivare a creare dei coffee-shop sul modello olandese. Per questo ritengo che anche i segnali che si lanciano a livello politico siano fondamentali, perché è su questo che certi ambienti speculano per portare avanti i loro lucrosi interessi. Così vedo con piacere che oggi anche in Italia si comincia a parlare di queste cose». E oggi? «Il fenomeno è rientrato nei ranghi della clandestinità, come per qualsiasi altra droga. I negozi non ci sono più e nemmeno le piantagioni, restano solo piccole coltivazioni da balcone». Difficile dire se il consumo di canapa sia diminuito. Secondo uno studio pubblicato nel febbraio scorso da Ufficio federale della sanità pubblica, gli scolari svizzeri di età compresa tra gli 11 e i 15 anni fumano decisamente meno di vent’anni fa e consumano meno alcool e canapa rispetto al 2002. «Di sicuro ci sono segnali confortanti, soprattutto per quanto riguarda i più giovani: all’interno delle scuole sono sparite, o per lo meno io non ne ho più avuto segnalazione, le scene plateali di spinelli accesi con disinvoltura durante la pausa». Chiaramente lo stesso non si può dire per i meno giovani, che hanno più possibilità di accedere al mercato clandestino e illegale. «Anche a questi livelli il fenomeno preoccupa. In 17 anni che sono in magistratura non avevo mai visto così tanti casi come recentemente di fenomeni di criminalità legati proprio al consumo di canapa: rapine, estorsioni, furti violenti, lesioni, uso di armi bianche e non solo. C’è stato un aumento esponenziale».
Quello che non c’è, adesso, è la classica scena del ragazzino che si apposta davanti al canapaio, in attesa che arrivi un maggiorenne disposto a comprare per suo conto “un ventello” di sacchetto odoroso. Rimane qualche sprovveduto, spesso italiano, evidentemente a digiuno di giornali e cronache più o meno recenti, che gironzolando lungo le strade della tranquilla Lugano chiede ai passanti dove si possa trovare un canapaio. Vaglielo a spiegare che quassù, sulle placide rive del lago, l’età dell’oro verde, almeno per adesso, è andata in fumo.