Anche le immagini di Marte portano scritto «più in là»

Non importa che il Pianeta Rosso sia l’ultima tappa della ricerca o la prima di una serie infinita. C’è un dove insuperabile in ogni viaggio

Quando martedì 27 novembre la sonda spaziale americana si è adagiata su Marte gli operatori della Nasa non hanno trattenuto la loro commozione e il loro entusiasmo. Penso che l’animo di molti abbia sentito allo stesso modo questo evento eccezionale. Già immaginare la nostra distanza da Marte, più o meno 100 milioni di chilometri (distanza massima), dà un senso di vertigine, tanto è vero che sono occorsi sette mesi di navigazione spaziale per raggiungere il Pianeta Rosso. E poi le foto, il selfie del lander InSight giunto in pochi attimi, come se lo spazio siderale avesse annullato distanze inconcepibili alla nostra mente abituata a calcoli immensamente più circoscritti.

INSIGHT, ICARO E UN DIO NON GELOSO

Il nome della sonda americana, InSight, evoca immediatamente il capolavoro di Bernard Lonergan, il gesuita canadese che settanta anni fa pubblicò il suo studio sulle dinamiche del conoscere. Esperienza, Intelligenza (Insight), Giudizio, costituiscono la struttura della conoscenza articolata da questi tre elementi. Essi non sono tanto una successione di fasi, quanto una interdipendente attività che guida la nostra mente alla scoperta di ciò che è ignoto per renderlo noto. Questo processo si verifica in virtù della curiositas umana che non abolisce il mistero, ma ne accetta la forte provocazione ad avventurarsi verso ciò che sembra insondabile.
Se il mito di Icaro stigmatizza la violazione di un tabù (l’apeiron stabilisce un limite invalicabile) esprime al contempo l’intangibile vocazione a volare negli spazi celesti di cui l’animo sente la mancanza (de-sidus). E Aristotele intuì la non gelosia del Dio che si lascia conoscere dall’uomo e rende il mondo intellegibile alla ragione che ne scopre l’ordine (cosmos).

«IL LIMPIDO STUPORE DELL’IMMENSITÀ»

Non importa che Marte sia l’ultima tappa della ricerca o la prima di una serie infinita, rimane sempre quel verso di Montale a ricordarci che ogni immagine porta scritto «più in là». C’è un dove insuperabile in ogni ricerca, un oltre che non si lascia possedere, che non si concede alla insistita prepotenza del Nulla. Per un attimo, ogni clamore della Terra tace e lasciando la parola a Ungaretti si avverte «d’improvviso/ alto sulle macerie/ il limpido stupore/ dell’immensità» (da Vanità).

Foto Ansa