Mogli di lungo corso: malate o realizzate?

Pare che depressione, stress e insonnia colpiscano soprattutto le donne che si ritrovano all’improvviso con i mariti a casa dal lavoro per raggiunti limiti di età.

Le consorti – casalinghe o lavoratrici di lungo corso che siano – sono avvisate: i mariti pensionati fanno ammalare le mogli. Pare infatti che depressione, stress e insonnia colpiscano soprattutto le donne che si ritrovano all’improvviso con i mariti a casa dal lavoro per raggiunti limiti di età. Prese di mira alla stregua del pallino nel gioco delle bocce. Certo: tra avercelo fuori dalle 9 del mattino alle 7 di sera e ritrovarselo a bighellonare accanto al focolare dalle 7 di mattina alle 9 di sera, c’è una gran bella differenza. Ma andiamo a vederci dentro un po’ meglio.

Lo scenario deprimente sarebbe il frutto innanzitutto dell’eccessiva pressione che il marito pensionato eserciterebbe sulla compagna.
Ecco allora che già mi vedo tra 20 anni a fronteggiare una lista di domande da mettere alla prova un impiegato allo sportello dell’INPS. Alle 9.30 mi chiede cosa c’è per pranzo; alle 11 com’è che son stata fuori ben un’ora e venti per comperare due bocconcini dal panettiere all’angolo e un Aulin alla farmacia di sotto; alle 12.30 come mai ho deciso di variare le pietanze per pranzo, ecc…
E io – che d’altro canto non avrò più figli per casa su cui convogliare il mio spirito lamentoso (del tipo: questa-casa-non-è un-albergo!) probabilmente mi sfogherò su colui che mi troverò a portata di mano. Le solite sceneggiate insomma, senza peraltro nemmeno far lo sforzo di cambiar copione: questa-casa-non-è-un-ristorante!
Nel giro di pochi anni, senza volerlo, ci si trova a condividere un soggiorno intriso di soffritto e insofferenza. Imbevuto di quel fiato sul collo pronto a scaldare sui reumatismi, di quell’appiccicaticcio da fidanzati che nemmeno una colla da dentiera…
O forse, anche no. A pensarci bene, potrà anche verificarsi l’opposto: che un giorno lui si ritirerà nella sua caverna e io là fuori a rodermi sul perché diamine, ora che potrebbe, non sta un po’ di più con me. La storia insomma per tante donne è sempre quella: o ce n’è troppo, o troppo poco. Sì, proprio come ora, quando lui lavora tutto il giorno in giro: se una sera ci rincasa coi fiori, ha speso troppo, ma se non ce li porta è un tirchio. Se dall’ufficio non chiama, è un insensibile; se invece chiama dodici volte in un pomeriggio, ci scappa un Cosa-fai-mi-controlli?

Ora: posto che in molti casi per l’uomo continuare a lavorare anche in là con gli anni è la via più auspicabile – il problema in seno alla relazione di coppia non mi pare sia in fondo il troppo, né il troppo poco tempo da dover spendere insieme. Il marito dentro o fuori le mura di quella casa, ormai riscattata al mutuo trentennale, è solo una parte della storia. Sospetto che l’altro aspetto critico stia nella difficoltà delle donne – dopo 40 anni di onorato servizio a titolo di regine della casa – a non volersi arrendere all’idea che il loro compimento, come mogli, da un certo momento avvenga in una forma diversa da come era stata fin allora.
Dal canto mio, sebbene ancora “giovane”, capisco che arrendersi a una realizzazione così difforme dalla nostra aspettativa è più dura che capitolare alla presbiopia. Ma un giorno mi auguro di riuscire a vedere nella vicinanza forzata con il mio robusto lavoratore un’opportunità piuttosto che un limite; a percepire insomma in lui una persona per me tanto misteriosa e ancora così da scoprire, che per farlo fin in fondo ci vorrebbe un’altra vita davanti.

Se avrò questa grazia, potrò ancora sperare.
Sì, perché se Dio vorrà, un giorno, i Settanta saranno i nuovi Quaranta.