American Beauty: più della morte della famiglia potè la vita della bellezza

Senza ombrello sotto il temporale

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Anche noi non abbiamo mancato all’appuntamento con American Beauty, il film dell’anno (non il film più bello dell’anno, titolo che semmai spetta al grande Almodovar). Ci siamo andati con la compunzione con cui si partecipa a un rito dovuto e masochistico: tutti, critica in particolare, ce lo avevano dipinto come un film da depressione. Specchio impietoso di un disfacimento, che alla fine faceva sentire lo stesso spettatore parte in causa di tanto verminaio. La copertina dell’Espresso tematizzava il disfarsi della famiglia, decrepita istituzione, decrepita non solo nell’anonimo villaggio della provincia americana, ma decrepita anche in casa nostra. Alla faccia di tanto compiaciuto disfattismo, abbiamo trovato un altro film. Non un grande film, come i tanti funesti cronisti avevano proclamato. Ma un piccolo film, sorretto da una grande grazia. American Beauty non è la storia di una famiglia che si disfa, ma è la storia di un uomo che per caso a 42 anni assaggia un sapore dimenticato: quello della bellezza (del resto il titolo del film, così spesso presentato come un’intestazione di pompe funebri, parlava già da solo). Gli si presenta sotto le forme un po’ acerbe e un po’ improbabili di una bionda ragazzina portata in casa dalla figlia. Ma tanto basta per mettere in movimento un meccanismo, dai risvolti spesso comici se non esilaranti, che scombussola senza rimedio il perfetto e grottesco meccanismo quotidiano della vita famigliare sua. E non solo sua. American Beauty è una favola che ha tutta la leggerezza e l’improbabilità delle favole: non è reale la famiglia così inchiodata alla grettezza, non è reale la biondina, un po’ fatina e un po’ puttana, non sono reali i personaggi di contorno, maschere che stanno disciplinatamente al copione della commedia. L’unica cosa reale è lui Lester Burnham, interpretato dallo straordinario Kevin Spacey, che non è vivo e non è morto, ma sta raccontandoci un suo incredibile sogno.

Lo si vede nella sequenza finale (in cui la sua faccia se ne sta beffarda e serena nella pozza del suo stesso sangue: dello stesso colore dei petali di rosa che veleggiano nelle sue visioni), che Lester sta godendosi un bel sogno. Ha sognato che un soffio imprevisto travolgesse la sua vita. Si è divertito a osservarne le conseguenze. E poi, a sogno finito, si è rifiutato di far svanire l’incantesimo. Come se nella sua coscienza di adulto avesse fatto breccia l’incoscienza del bambino, e da quella non volesse più smuoversi. Lester, con il suo fare sornione rompe le regole del gioco. Volteggia sopra la sua città, la sua vita, la sua casa. Ma non atterra, non rientra nella sua casella. E felice come un angiolotto, declama quel suo bellissimo finale: “È difficile rimanere nella follia quando ci si accorge che c’è così tanta bellezza in questo mondo. Certe volte riesco a vederla tutta in una volta ed è una sensazione troppo forte. Il mio cuore si gonfia come un pallone fino quasi a scoppiare”.

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