America “umile” o leader? Questo é il dilemma

La politica estera non ha mai inciso molto sul risultato finale di un’elezione presidenziale americana, benché la corsa alla Casa Bianca sia seguita con tanta attenzione all’estero
proprio perché incorona il capo della più grande potenza politica e militare mondiale. Nello specifico, fra i due candidati il più inesperto appare Bush, eppure il suo isolazionismo moderato e la sua proposta di un’America “umile” nel mondo potrebbero avere la meglio sull’interventismo di Gore
e sulla sua troppo vasta “agenda strategica”

Se c’è un argomento che incide poco sull’esito finale della competizione presidenziale Usa, quello è la politica estera. Nel 1992 il presidente George Bush, fresco vincitore della Guerra del Golfo ed erede della politica di Reagan che aveva portato alla vittoria occidentale nella Guerra fredda proprio all’inizio della sua presidenza, ridicolizzava l’incompetenza in materia del duo di sfidanti democratici Clinton-Gore nei dibattiti schernendoli così: “Il mio cane Millie ne sa più di politica estera di quei due camionisti”. Ma vincere furono i due camionisti. Otto anni dopo le cose non sembrano essere cambiate di molto: al tele-dibattito della terza settimana di ottobre, della durata di 90 minuti, che si è svolto mentre in Jugoslavia il popolo scendeva in istrada per farla finita con Milosevic, i mercati finanziari internazionali facevano acqua e il sangue cominciava a scorrere copioso fra israeliani e palestinesi, ai due candidati alla presidenza sono state sottoposte la miseria di due sole domande di politica estera. Il conduttore le aveva scelte fra 130 domande proposte da elettori indecisi: fra esse quelle relative agli affari esteri e alla politica di difesa erano appena 12… Nei dibattiti George Bush junior, il candidato repubblicano che a questo riguardo non sembra avere preso molto dal padre, spesso compie notevoli gaffe sui temi di politica estera; Al Gore, candidato democratico e vicepresidente uscente, si guarda bene dall’approfittarne: è terrorizzato dall’idea di essere punito dagli elettori per voler apparire troppo saccente in una materia che l’americano medio trova indigesta e frustrante (come accadde a Bush padre).

Le gaffe di Bush junior e il palmarés di Gore
Eppure la politica estera è proprio una delle poche materie su cui il Presidente americano ha poteri nettamente maggiori di quelli del Congresso, anche perché alla carica presidenziale è abbinata quella di Comandante in capo delle forze armate, cioè di responsabile del più potente esercito del mondo. Le prerogative che incutono timore al mondo intero e che sono la ragione ultima della grande attenzione internazionale sull’evento delle presidenziali, per l’elettore Usa contano molto meno della posizione dei candidati sulla politica sanitaria, sulle aliquote delle tasse o sulla pena di morte (per avere chances di successo occorre essere a favore). Se la competenza del candidato sui temi di politica estera avesse rilevanza sull’esito delle votazioni, Bush junior sarebbe spacciato: mentre Al Gore, dopo otto anni di vicepresidenza, può vantare notevole esperienza in materia e alcuni successi personali non secondari, il figlio dell’ultimo presidente repubblicano continua a collezionare topiche di non poco conto. Eppure ci sono una serie di elementi, sia contingenti che di fondo, che alla fine potrebbero fare della politica estera proprio l’asso nella manica che inopinatamente permette a Bush di atterrare Gore. Le gaffe di Bush junior sono già aneddoto: a un dibattito di un anno fa gli fu chiesto di indicare almeno il cognome dei capi di stato o primi ministri di India, Pakistan, Taiwan e Cecenia. Il candidato repubblicano riuscì ad indicare solo quello del presidente taiwanese Lee Teng-hui; si scoprì poi che il suo consigliere per la politica estera Joel Shinn non conosceva nessuno dei quattro nomi. Nei dibattiti del mese di ottobre Bush ha 1) chiesto il ritiro delle truppe americane intervenute ad Haiti nel 1994 su mandato Onu per restituire il potere ai civili, ignorando che esse oggi ammontano a… 34 unità; 2) accusato l’ex primo ministro russo Cernomirdyn di aver intascato i fondi prestati alla Russia dal Fondo monetario internazionale (Fmi), senza sapere che tali prestiti giunsero a Mosca quando Cernomirdyn non era più primo ministro da alcuni mesi; 3) invitato gli europei ad assumersi il compito di mantenere la pace in Bosnia, trascurando che degli attuali 20 mila militari presenti in quel paese soltanto 4.500 sono americani.

Ma le notizie dal mondo non aiutano certamente Gore
Il contrasto con Gore non potrebbe essere più netto: il vicepresidente, che nel ’91 si era segnalato per essere uno dei pochi congressisti democratici che avevano votato a favore dell’invio di truppe Usa nel Golfo Persico per liberare il Kuwait, è stato uno dei più ascoltati consiglieri di Clinton in politica estera, distinguendosi per il suo sostegno agli interventi militari Usa in Bosnia prima e Kosovo poi. Al suo attivo può vantare numerosi accordi con la Russia in materia di riduzione del dispositivo atomico russo, trattati commerciali, creazione della stazione spaziale comune, ecc. raggiunti attraverso la cosiddetta Commissione Gore-Cernomyrdin. In occasione della recente crisi in Medio Oriente, Gore ha sospeso la sua tournée elettorale per correre a Washington a prendere il suo posto nell’unità di crisi per la sicurezza nazionale di cui continua a far parte: una mossa ad effetto molto buona per la sua campagna presidenziale. Eppure proprio la politica estera potrebbe diventare il cavallo che permette a Bush, già in leggero vantaggio nei sondaggi, l’accelerazione decisiva. Quando la mattina Gore legge i giornali, difficilmente può sorridere: dopo otto anni di mediazioni Usa, la crisi israelo-palestinese ha raggiunto il suo punto più acuto dai tempi dell’Intifada e rischia di investire l’intero Medio Oriente; Saddam Hussein e gli islamici radicali rialzano la testa; il prezzo del petrolio ha raggiunto massimi storici mettendo in pericolo la crescita economica Usa e creando un problema strategico. Tutta musica per le orecchie di Bush junior, che accusa l’amministrazione Clinton di essersi lasciata incantare dalle promesse di Arafat, di aver lasciato dissolversi l’alleanza internazionale anti-irachena, di non aver studiato in questi anni una politica energetica alternativa all’acquisto di petrolio arabo. E, di questi tempi, un team di politica estera come lo costituirebbe Bush junior presidente, composto dagli “eroi” della Guerra del Golfo, con Dick Cheney già consigliere di George Bush senior alla vicepresidenza, il generale Colin Powell al Dipartimento di Stato e il figlio del presidente vincitore di quella guerra sulla poltrona della Casa Bianca, ha tutte le probabilità di apparire più rassicurante di quello che Gore potrebbe mettere insieme.

“Impegno avanzato” contro “nazione umile ma forte”
Ma non è tutto. L’attuale vantaggio nei sondaggi di George W. Bush può essere spiegato anche con la sua maggiore vicinanza a un sentimento in ascesa fra gli americani: un isolazionismo non assoluto, ma molto selettivo quanto agli impegni internazionali che gli Usa dovrebbero assumersi nel loro proprio interesse. Mentre il “falco” Al Gore è un campione di interventismo. La sua dottrina del “forward engagement” (“impegno avanzato”) considera minacce alla sicurezza nazionale, e quindi priorità strategiche che richiedono un forte impegno americano, non solo la proliferazione nucleare negli stati-paria (Irak, Corea del Nord, Iran, ecc.), il terrorismo e le minacce in Medio Oriente, ma anche l’”effetto serra”, l’Aids, la salute riproduttiva nel terzo mondo, ecc. Nella “nuova agenda strategica” di Gore trovano spazio gli interventi militar-umanitari nelle aree di crisi, la ratifica degli accordi di Kyoto sul contenimento delle emissioni di anidride carbonica, missioni di “nation-building” (edificazione delle istituzioni di una nazione) come quelle ad Haiti e in Kosovo, l’adesione americana a convenzioni votate in sede Onu. Secondo Gore, oggi gli Usa dovrebbero comportarsi come fecero alla fine della Seconda Guerra mondiale: prendere il mondo per mano ed esercitare una leadership pressoché diretta. “Questo è un momento unico nella storia –ha dichiarato al dibattito presidenziale dell’11 ottobre scorso-, il mondo si sta unificando e guarda a noi. Abbiamo intenzione di alzare la posta come nazione, come facemmo dopo la Seconda Guerra mondiale, quando una generazione di eroi disse: “OK, gli Stati Uniti saranno i leader”? A quel tempo il mondo beneficiò immensamente del coraggio che i nostri padri mostrarono negli anni del Dopoguerra. Penso che in questo Dopoguerra fredda dobbiamo esercitare una leadership in materia ambientale ed economica, per garantire che l’economia mondiale proceda nella giusta direzione”. Tutto il contrario Bush junior. Secondo lui l’agenda strategica americana deve essere la più ridotta possibile, e gli interventi militari “devono avvenire per i nostri interessi nazionali vitali, la missione deve essere chiara e deve esserci una strategia d’uscita. Non possiamo essere tutto per tutta la gente del mondo”. Di conseguenza Bush è contrario alla partecipazione Usa a missioni di nation-building, condiziona il pagamento delle quote americane all’Onu e l’adesione alle sue convenzioni a una profonda riforma antiburocratica, rigetta l’applicazione degli accordi di Kyoto in materia ambientale. Ma soprattutto Bush predica con toni di saggezza un’America “umile” nel suo stile di rapporti col resto del mondo. “Non credo –ha controbattuto a Gore nel suddetto dibattito dell’11 ottobre- che il ruolo degli Usa sia quello di andare in giro per il mondo a dire “si fa così e così”, di entrare in un paese e dire “Noi facciamo così, e anche voi dovreste farlo”… Io credo che questo sia il modo migliore per essere considerati i cattivi americani che vanno in giro per il mondo a imporre la loro volontà. Credo che gli Stati Uniti debbano essere orgogliosi dei propri valori e avere fiducia in essi, ma credo anche che debbano essere umili nel modo in cui trattano le nazioni che stanno cercando un loro proprio cammino… Se ci comporteremo come una nazione arrogante, susciteremo risentimento nei nostri confronti. Se ci comporteremo come una nazione umile ma forte, ci rispetteranno. Attualmente siamo superiori a tutti in termini di potere. Proprio per questo dobbiamo mostrarci umili e utilizzare la forza solo per promuovere la libertà”.

Sempre alleati di Israele, in disaccordo sui russi
Su molti punti, ovviamente, i programmi di politica estera di Gore e Bush coincidono alla perfezione: per quanto riguarda la necessità di aumentare le spese militari, di mantenere le sanzioni contro Cuba, la lealtà indefettibile all’alleanza con Israele, la promozione della libertà di mercato nel mondo, non si danno differenze fra il repubblicano e il democratico: nessun candidato può sperare nella vittoria se non dichiara fedeltà a questi princìpi. Ma in alcuni casi la differenza è enorme: sia Bush che Gore, per esempio, sono favorevoli alla creazione di un sistema di difesa missilistico degli Usa, ma mentre il secondo intende ricercare l’accordo con la Russia, che finora si è opposta al piano americano in nome del Trattato sui missili antibalistici firmato dai due paesi nel 1972 (quando la Russia era Unione Sovietica), il primo intende farne a meno. L’America “umile” di Bush non ha paura di una crisi diplomatica con la Russia di Putin; l’America leader mondiale di Gore, che tanto ha puntato negli anni dell’amministrazione Clinton sul rapporto con Mosca, ha le mani legate dai suoi stessi successi diplomatici. E così potrebbe riproporsi il bizzarro scenario Clinton-Gore-Bush del 1992, ma stavolta coi protagonisti scambiati di posto.