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«Almeno non chiamatelo decreto “dignità”»

luglio 26, 2018 Caterina Giojelli

Mcl boccia il provvedimento, «qualche buona idea ma troppa demagogia. Le rigidità introdotte ingesseranno il mercato e finiranno per produrre altra precarietà e lavoro sommerso». Intervista al presidente Carlo Costalli

«Ma per favore, non leghiamo la dignità alla demagogia»: mentre monta il caso Nestlè e la protesta di 600 imprenditori del Nord-Est contro il decreto legge all’esame delle commissioni Lavoro e Finanze della Camera, Carlo Costalli, presidente del Movimento Cristiano Lavoratori, spiega a tempi.it perché al netto di alcuni aspetti convincenti, il giudizio di Mcl sul provvedimento Di Maio resta profondamente negativo. «Questo decreto presenta un errore di fondo: l’aver confuso il concetto di precarietà con quello di flessibilità».
Lo aveva spiegato bene Francesco Seghezzi direttore Fondazione Adapt: dati Istat alla mano «siamo di fronte a un vero cambiamento del modello economico, del modello produttivo, e che questo nuovo modello è dato da una forte e maggiore esigenza di flessibilità, di lavoro diverso, più breve. E questo chiede un profondo ripensamento, lato azienda e lato lavoratore, sia in materia di accesso al credito che di politiche attive del lavoro. Bisogna aiutare il lavoratore a ricollocarsi, a riformarsi, a essere più flessibile. Serve anche una adeguata riforma del sistema di welfare per supportare le persone in questo cambiamento».

IL NODO DEL SISTEMA-ITALIA. Pur riconoscendo senz’altro come cose positive «l’introduzione di limiti alla pubblicità per le aziende del gioco d’azzardo, contro le quali il mondo cattolico ha sempre fatto una forte battaglia, la stretta alle imprese che delocalizzano dopo aver ricevuto agevolazioni dallo Stato, e le norme a contrasto dei licenziamenti selvaggi, che prevedono l’aumento degli indennizzi ai lavoratori se lasciati a casa senza giusta causa e la restituzione proporzionale di eventuali aiuti statali per chi licenzia», Costalli precisa che si tratta di aspetti di portato marginale rispetto al decreto e del dibattito. «Il problema sono proprio i provvedimenti in materia di lavoro che, a nostro avviso, sono ben lontani e comunque del tutto insufficienti a rilanciare l’occupazione, che è il vero nodo del sistema-Italia».

IL RISCHIO “LAVORO NERO”. Il presidente Mcl difende infatti la “buona flessibilità”, «magari “negoziata” necessaria alla gestione del lavoro e degli ordini di una azienda moderna. Oggi che neanche il contratto a tempo indeterminato è garanzia di posto fisso sappiamo bene che ci sono settori legati a periodicità e tempi di lavoro diversi: senza negoziare la flessibilità, in questi casi, cosa accadrebbe? Aumenterebbero gli straordinari, il lavoro in nero, il ricambio continuo dei giovani». L’alternativa, va da sé, sarebbe chiudere le aziende. Per questo Costalli boccia il decreto, «è un passo indietro. Con le rigidità introdotte sui contratti a termine e sul lavoro in somministrazione si butta tutto in demagogia, si ingessa ulteriormente il mercato del lavoro, si limita la flessibilità. E con quali conseguenze? Oltre a un aumento delle ore di straordinario, verrà prodotta altra precarietà, ma soprattutto verrà incentivato il lavoro nero e sommerso».

I DECRETI NON CREANO OCCUPAZIONE. Non a caso Costalli prese le difese dei voucher nel momento in cui il Pd, in preda alla furia massimalista o alla paura di perdere il referendum, decise di abolirli, «abolire l’unico mezzo che, soprattutto nel settore agricolo ma non solo, se gestito bene poteva bloccare il nero. Con l’assenza dei voucher e questa nuova normativa il rischio di tornare ad alimentarlo è altissimo». E a proposito di errori del Pd, «pensare che l’occupazione si faccia per decreto resta un errore clamoroso, un errore ideologico, lo stesso di Renzi. Nessun decreto crea posti di lavoro, l’occupazione è un’altra cosa, le politiche attive sono un’altra cosa. Il vero ammortizzatore sociale oggi è fare formazione mirata, personalizzata, garantire la ricollocazione di chi ha perso il lavoro in un arco ragionevole di tempo. Tutto il resto è demagogia, campagna elettorale permanente. Non è un decreto, è un decretino. E chiamarlo “dignità” mi pare francamente una trovata di marketing, studiata a tavolino per infiocchettare un provvedimento che ha in sé certamente qualche buona idea ma anche una buona dose di propaganda e di populismo».

Foto Ansa

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