Aleppo ribelle sta per cadere, polemica sui corridoi umanitari

I ribelli sparano su quanti cercano di uscire dai quartieri assediati usufruendo dell’offerta governativa di Assad

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Secondo il quotidiano Daily Star di Beirut, il direttore del Syrian Observatory for Human Rights, Rami Abdel Rahman, ha confermato che i civili intrappolati nei quartieri orientali di Aleppo non possono usufruire dei corridoi umanitari che la coalizione delle forze governative e russe ha istituito per permettere alla popolazione di uscire dalla città prima dell’assalto finale ai ribelli ormai circondati, perché questi ultimi impediscono loro con le armi di percorrerli. Rami, un dissidente che vive in Inghilterra ed era stato imprigionato dal regime tre volte prima di trasferirsi in Europa e creare il più noto organismo di informazioni sulla guerra civile in Siria, ha dichiarato che «una dozzina di persone sono riuscite ad utilizzare il corridoio di Bustan al-Qasr prima che i gruppi di ribelli rafforzassero le misure di sicurezza e impedissero alle famiglie di avvicinarsi ai corridoi». La sua voce si aggiunge a quella dei media filogovernativi, che da giorni raccontano che i ribelli sparano su quanti cercano di uscire dai quartieri assediati usufruendo dell’offerta governativa.

QUATTRO CORRIDOI. I quartieri orientali sotto controllo ribelle di Aleppo sono di fatto isolati dal 17 luglio scorso, quando le forze russo-iraniano-governative hanno tagliato l’ultima linea di rifornimento degli insorti che permetteva loro di ricevere armi e viveri dalla Turchia, quella detta Castello Road. Ieri è stata annunciata la creazione di quattro corridoi di uscita dalla città sotto controllo governativo, tre riservati ai civili (si stima siano 250 mila nelle aree di Aleppo est e periferia) e uno ai combattenti che deporranno le armi. Contestualmente il capo dello Stato Bashr al-Assad ha emanato un decreto di amnistia che concede l’immunità a tutti coloro che deporranno le armi entro i prossimi tre mesi. È dal 2014 che il governo decreta amnistie ogni qual volta riconquista significative aree di territorio occupate a lungo dalla ribellione, i siriani che ne hanno già usufruito si calcolano in migliaia.

LE CRITICHE. Dentro ad Aleppo è stata paracadutata da parte russa una modesta quantità di aiuti alimentari, ma soprattutto volantini in arabo con le istruzioni per attraversare i posti di blocco militari dei corridoi. Punti di ristoro fuori dalla città sono annunciati. L’Alto Comitato per i negoziati che riunisce 34 gruppi ribelli (fra i quali gli islamisti salafati di Ahrar al-Sham e Jaish al-Islam armati e finanziati dai paesi arabi del Golfo e dalla Turchia) ha stigmatizzato l’iniziativa russo-governativa affermando che il suo scopo è quello di «alterare la composizione demografica di Aleppo e provocare un esodo forzato». Human Rights Watch e Amnesty International si sono allineati a questo genere di critiche, dichiarando che i governativi devono consentire l’accesso di aiuti umanitari all’interno dei quartieri dove civili e ribelli sono assediati.

L’ERRORE DI AMNESTY. Amnesty ha scritto in un comunicato che «l’annuncio del ministro della Difesa russo sull’istituzione di vie di fuga protette da Aleppo per i civili e i combattenti che deporranno le armi e di centri di fornitura di cibo e cure mediche all’esterno della città non potrà evitare una catastrofe umanitaria. Ciò che risulta urgentemente necessario per alleviare la sofferenza di migliaia di abitanti di Aleppo, cui restano cibo e altri generi di prima necessità per al massimo altre due settimane, è il passaggio non ostacolato di aiuti umanitari». In realtà quello che Amnesty International chiede servirebbe solo a prolungare l’assedio e la guerra in Aleppo, con altre migliaia di morti da una parte e dall’altra. La battaglia di Aleppo per i ribelli è perduta, e il buon senso vorrebbe che essi accettassero la resa che gli assedianti offrono, salvando così la propria vita e quella dei civili rimasti in quell’area.

ALEPPO. La battaglia di Aleppo è iniziata oltre quattro anni fa, la notte del 19 luglio 2012, con uno scontro armato nel quartiere di Salaheddine. Durante tutto il primo anno dell’insurrezione (2011) nella metropoli industriale siriana si erano registrate proteste di strada, ma mai combattimenti. Nel corso del 2013 i ribelli erano giunti a controllare i due terzi del territorio urbano, mentre la parte governativa era isolata e poteva ricevere rifornimenti soltanto per via aerea. L’inerzia della guerra è cambiata a partire dal settembre 2015, con la discesa in campo dell’aviazione russa, che ha assistito le avanzate delle truppe di terra siriane, alle quali si sono affiancati elementi di Hezbollah libanese e soldati iraniani. Le controffensive governative, fino ad allora fallimentari, hanno cominciato a recuperare terreno, fino alla decisiva offensiva denominata “Operazione Castello” iniziata il 25 giugno scorso che ha determinato l’accerchiamento dei ribelli. La riconquista di Aleppo da parte dei governativi, che allo stato attuale delle cose appare imminente, permetterebbe al regime di ripresentarsi ai negoziati che l’inviato dell’Onu Staffan De Mistura sta cercando di far ripartire da una posizione di forza.

Foto Ansa/Ap

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