Alda Merini: «Avere fede significa ringraziare per quello che si ha»

Oggi è l’anniversario della nascita della grande poetessa Alda Merini. Ripubblichiamo una nostra intervista apparsa su Tempi nel febbraio 2007.

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Oggi è l’anniversario della nascita della grande poetessa Alda Merini (Milano, 21 marzo 1931 – Milano, 1º novembre 2009). Ripubblichiamo una nostra intervista a cura di Elena Inversetti apparsa su Tempi nel febbraio 2007. Il titolo era “La bisbetica non domata”.

«Cosa vuole che mi abbia insegnato Quasimodo? A fare l’amore». Così Alda Merini, classe 1931, risponde alla domanda su quali siano i suoi maestri. Recentemente insignita del Premio speciale Rosa Camuna dal presidente della Regione Lombardia, la poetessa è stata anche annoverata fra i grandi esclusi di Sanremo 2007. Il suo brano Sull’orlo della grandezza, infatti, non è piaciuto alla direzione del Festival. «Ho voluto scrivere un testo che fosse buono per non far sentire le solite canzonette», spiega lei, «un brano che racconta del primo amore e poi dell’abbandono degli affetti. Non porto rancore, ma resta il problema che la cultura sta andando a gambe all’aria. E nessuno protegge i poeti». Alda Merini è esigente e non accetta «le solite domande». È diretta, dà risposte terra terra, partendo da quello che succede a sua figlia e al suo vicino di casa. Partendo dal suo presente, carico di un passato molto doloroso. Una borderline, per la quale vita e poesia sono una cosa sola. Poeti si nasce, afferma. Si tratta di un fatto costituzionale e di una condizione privilegiata, perché il poeta «rifugge la logica comune e porta alla luce ciò che altrimenti resterebbe nell’ombra».

Come si vive da poeti?
Male, perché si incontrano ostacoli dappertutto. Perché si è personaggi diversi, strutturati, anche moralmente, ma direi proprio fisicamente in modo diverso. Il poeta ha una marcia in più. In passato ero contenta e, anche se non ho cercato la gloria, ho avuto le mie soddisfazioni. Ma adesso, cosa vuole che le dica, la cosa più bella è la salute e avere un poco di gioia dalle cose di tutti i giorni.

Lei è una lavoratrice instancabile, almeno a giudicare dalla mole delle sue pubblicazioni più recenti.
Si sbaglia. Anche la scrittura, certo, mi dà gioia, però sono una grande indolente. Insomma, non mi piace molto lavorare, e così scrivo quando mi capita di essere pungolata. Da chi mi fa innamorare, anzitutto. Sono una donna che si innamora di frequente e vengo sollecitata da questi innamoramenti, che spesso però portano a feroci delusioni. Anche a causa dell’età, ma non solo. Sa, ci sono dei cascamorto tremendi in giro, che magari ti fanno illudere solo per avere l’autografo.

In una poesia confessa di avere «il cuore di terracotta».
Eh sì, perché si fa presto a pensare ai poeti come fossero figure mitiche. Fuori dalla realtà. Invece, se guarda bene, la storia è piena di poetesse morte ammazzate. Il poeta ama la vita e vorrebbe fare dono di sé agli altri. ma raramente ci riesce.

La poesia dunque è quasi un atto di carità.
Sì, sì. Proprio così. Anche perché il poeta intuisce qualcosa di più e la esprime meglio degli altri. Ed è uno a cui non sfugge il proprio tempo. Purtroppo però in Italia c’è poco spazio per la critica, non solo letteraria. Dico in generale. Non c’è libertà di stampa. Perché si è portati ad avere un’eccessiva considerazione di sé. Mi riferisco soprattutto ai giovani, per esempio nella scuola. Ci sono madri che sono diventate pazze d’amore per i figli, che invece sono dei cretini, però in questo modo succede che poi la maestra a scuola non può più dire niente. È censurata. Proprio come il poeta.

Allora di che cosa ha bisogno un poeta?
Di non venire bombardato dal trapano degli operai che lavorano sotto casa e che rompono… la testa. E poi di molta solitudine, di meditazione e, soprattutto, di amore.

Meditazione e amore sono presupposti per la felicità nel quotidiano?
Le dirò, io ho due versanti. Quello del manicomio, dove sono stata ricoverata parecchi anni, e quello della vita ordinaria. In manicomio sono stata felice per la considerazione del niente, della povertà comune. Mentre nel privato mi accontento del mio giradischi. L’anziano si accontenta delle piccole cose. Tutte queste nuove tecnologie che per voi sono normali, per noi sono cose straordinarie. Il lavoro, la semplicità, l’accettazione del quotidiano fanno la differenza nella vita. E poi quando si sta bene allora si vede positivo. In tutta onestà il vero problema è che non riesco ad avere i gettoni di presenza quando vado a leggere le poesie. Non pagano, così uno è vecchio e pure povero.

Però rimane pur sempre poeta. La poesia allora può essere luogo di felicità?
No, la poesia non è luogo di felicità. È il pensiero ad essere luogo di felicità. Ma adesso mi scusi, suonano alla porta.

La voglia di parlare e di raccontarsi però non è più quella di prima. Alda Merini ha fretta. Eppure rimane l’urgenza di dire ancora qualcosa. Anzitutto sulla fede, che c’entra tutta con la sua poesia: «Avere fede significa fidarsi del gioco della vita senza capire perché la vita è così. E significa anche ringraziare per quello che si ha. Per quello che ci è rimasto. Alla mia età. Alla sua non lo so».

E poi anche della bellezza che è inizialmente un tutt’uno con l’arte, ma poi va oltre. «Il poeta non è mai solo un poeta, è anche un esteta. La poesia è musica e armonia, e la bellezza viene dall’insieme della costruzione. Ma la bellezza non è fine a se stessa quando la poesia riesce ad arrivare al cuore. Il poeta non cerca di trasmettere nessuna verità, ma cerca l’anima, cerca ciò che è perduto. La poesia è un corpo d’amore, un corpo di sangue e di anima. È chiaro? Un corpo reale. Si può sentire dentro nella carne. Si instaura un rapporto d’amore con la scrittura e un rapporto fisico con il poeta, perché significa sentire le sue parole dentro nella carne. La poesia permette di partecipare a ciò che il poeta sente e di innamorarsi del poeta, di adorarlo perfino. Con una lettura poi si può fare l’amore. Ma più di questo non si può chiedere. Vanni Scheiwiller infatti diceva: “Non guardate nel segreto dei poeti”, lasciate stare la loro intimità. Scrivere e pensare è già un fatto d’intimità, è un coito mentale. Si instaura una relazione tra noi e la parola, tra il presente e il passato. La domanda giusta da fare a un poeta è se ci si può innamorare di un poeta».

Foto Ansa


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