‘Aiutate noi e voi’

AL MEETING, IL POPOLO DI RIMINI APPLAUDE I MINISTRI DI IRAK E AFGHANISTAN, LIBERATI DALLE RISPETTIVE DITTATURE. TEMPI DIFFICILI, MA LE RAGIONI DELLA SOLIDARIETà SONO PIù FORTI

Nei giudizi sull’accidentato percorso della nuova Costituzione irachena e sul valore da attribuire al complessivo processo di transizione democratica alla luce di quest’ultimo, contrastato passaggio gli italiani si dividono in due tipi: quelli con la smorfia della bocca all’ingiù, a esprimere pessimismo e sconforto, e quelli che tengono la testa dritta, come chi raccoglie una sfida che sta di fronte. I primi sono i lettori di Repubblica e Stampa, che gufano in prima pagina con titoli come “La Costituzione spacca l’Irak” e “Irak, rischio di guerra civile”. I secondi sono i visitatori censiti fra le 700 mila presenze della XXVI edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli a Rimini. Costoro hanno potuto ascoltare sull’argomento le voci più disparate, perché il Meeting è riuscito a portare a casa gli interventi di Magdi Allam, di Toni Capuozzo, di Barbara Maggioni, di Gianni Riotta, del ministro degli esteri iracheno Hoshyar Al Zebari, di quello afghano Abdullah Abdullah e di quello italiano Gianfranco Fini. E i loro interventi su Costituzione irachena, partecipazione italiana, democrazia nel mondo islamico si sono spontaneamente armonizzati in una sinfonia dominata da un motivo ricorrente: «Avanti così, questa è la strada giusta, indietro non si torna». Per la verità qualche nota fortemente dissonante sotto i padiglioni della Fiera di Rimini si è sentita. Dall’acuto della giovanissima e velata Fatima, che ha preso il microfono durante uno degli incontri di Allam per dire che «tutti i popoli hanno il diritto alla Resistenza contro l’occupante», all’adagio di Giulio Andreotti così come l’ha riportato Repubblica: «La mancata sostituzione del contingente italiano è una buona notizia. La guerra irachena è profondamente ingiusta. Le armi di distruzione di massa non c’erano e gli Usa lo sapevano. Per questo sono sbagliati il loro intervento e anche il nostro».

ITALIANI FORZA OCCUPANTE?
NO, DI LIBERAZIONE

Gianni Riotta, colui che a occhio più poteva simpatizzare con questo genere di posizioni, ha concesso ben poco: «Non vale nemmeno la pena di confutare chi parla di Resistenza, e comunque in Europa la Resistenza attaccava i nazisti, non i civili. Se la guerra in Irak è stata buona o cattiva dipende da come si gestisce il dopoguerra. Certo, stiamo pagando a caro prezzo il modo sbagliato in cui è stata fatta la guerra. Ma oggi l’America non viene attaccata per le sue colpe, ma per le cose giuste della sua civiltà». Gianfranco Fini, che di politica estera capisce molto più che di fecondazione assistita, ha spiegato: «A tutti quelli che pensano che l’Irak stesse meglio prima e che la democrazia non fa per i musulmani, dedico un articolo della nuova costituzione irachena: “Tutti gli iracheni sono uguali di fronte alla legge, senza discriminazioni basate su sesso, etnia, nazionalità, origine, colore, religione, setta, fede, opinione o condizione sociale o economica”. La pace non è solo assenza di conflitto e di terrorismo. La pace è libertà, giustizia, centralità della vita umana. Per questo la transizione di Afghanistan ed Irak è così dolorosa. Ma coi nemici della pace così intesa non si possono fare compromessi: il patto di Monaco insegna. Non stiamo combattendo uno scontro fra civiltà diverse, ma fra le civiltà e la barbarie. Per questa ragione i nostri soldati in Afghanistan e Irak non sono truppe di occupazione, ma forze di liberazione».
Su quanto le cose andavano meglio al tempo di Saddam Hussein s’è dilungato Al Zebari, che è curdo: «Sotto Saddam Hussein ai bambini veniva praticato il lavaggio del cervello a scuola, li si esortava a spiare i genitori e riferire; a volte venivano torturati per far confessare colpe ai genitori, oppure gettati nelle fosse comuni insieme agli adulti perché appartenevano all’etnia o al gruppo “sbagliati”. Se diventavano grandi, li si reclutava e li si mandava a combattere e a morire in guerre coi paesi vicini». E che ha indirettamente risposto alle asserzioni andreottiane e fatimite: «La nostra democrazia sarà diversa dalla vostra, perché ogni popolo ha le sue tradizioni e valori legati alla sua storia. Ma sarà anche simile perché ci sono valori universali che tutti devono rispettare. Questo è un fatto nuovo nella nostra parte del mondo, e per questa ragione terroristi e regimi autoritari cercano di impedircelo. La Costituzione che stiamo creando è fatta in modo che non ci sia un’imposizione della volontà della maggioranza alla minoranza; nessun gruppo può avere tutto quello che vorrebbe, occorrono compromessi fra le parti. Sono finiti i giorni in cui l’opposizione veniva semplicemente repressa». Una bella lezione per chi strumentalizza la questione del dissenso sunnita al testo attuale: il curdo Al Zebari è il primo a dire che se il consenso non sarà unanime, la trattativa andrà avanti. Forse i pessimisti dovrebbero riflettere sul fatto che un’eventuale bocciatura della Costituzione nelle province a maggioranza sunnita non sarebbe un insuccesso, ma un passo avanti: una partecipazione al voto dei sunniti significherebbe comunque una legittimazione del processo di transizione.

8,5 MILIONI NON VOTARONO PER SOLDI
Le battute più efficaci sono arrivate però dal ministro degli Esteri afghano Abdullah. Sulla legittimità degli interventi in Afghanistan e Irak: «Un giornalista in conferenza stampa mi ha chiesto se i due interventi armati internazionali erano stati legittimi. La domanda sarebbe dovuta essere: “Questi due interventi non sono arrivati troppo tardi?”». Sulla necessità di essere lungimiranti: «La presenza militare internazionale in Afghanistan e Irak è un investimento per la pace, la giustizia e la stabilità nel mondo. Pensate a quello che è successo quando vi siete scordati dell’Afghanistan, dopo aver appoggiato lo sforzo di liberazione dall’occupazione sovietica. Rimanete in Irak e Afghanistan. Aiutate le nazioni che desiderano la pace, la libertà e la democrazia. Non fate ancora l’errore di guardare altrove, pensando che quello che succede in quelle nazioni non vi riguarda Quando aiutate noi, aiutate voi stessi».
Meno pragmatica, più poetica ed esistenziale, Monica Maggioni ha detto la stessa cosa: «Dopo i fatti dell’Irak, dopo gli attentati di Londra, sento tanta gente dire: “Andiamocene”. “Dimentichiamocene”. “Tiriamo su una frontiera”. Ho cercato di immaginare dove potesse essere fissata quella frontiera, ma non ho trovato nessun posto. La nuova Costituzione è piena di problemi, ma è un passo avanti rispetto ai tempi in cui era proibito non solo dissentire, ma anche solo pensare. Non possiamo andarcene, non possiamo dimenticare, dobbiamo restare coi nostri uomini e con la riflessione politica». Dolente, infine, Tony Capuozzo: «Immaginate la scena di un incidente stradale dove chi arriva, anziché soccorrere i feriti che stanno morendo, si mette a discutere di chi è la colpa: è lo stesso atteggiamento di quelli che oggi chiedono il ritiro dall’Irak. Ancora non riesco a capacitarmi di come l’Italia, che si era rivestita di bandiere della pace alla vigilia del conflitto, non si sia rivestita di passione per le elezioni del gennaio scorso». Su questo argomento Al Zebari ha preferito la frecciata al rimprovero: «Nonostante gli attacchi alle nostre forze di sicurezza, non mancano i giovani che si arruolano per difendere la patria. C’è chi sostiene che lo fanno soprattutto per i soldi, perché le forze di sicurezza hanno un buon stipendio. Ma gli 8 milioni e mezzo di persone che sono andate a votare a gennaio, non hanno ricevuto uno stipendio da nessuno!».