“Afghanistan solo andata”. Il libro di Micalessin sulle storie di otto soldati morti lontano da casa

Il giornalista presenta il suo nuovo libro. Otto storie di militari italiani uccisi in Afghanistan, come quella di Matteo Miotto, che chiese di essere seppellito fra i compaesani caduti nella Grande guerra

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«Da quando ci sei venuto la prima volta cos’è cambiato?». A rivolgergli la domanda è un parà della Folgore, nel 2009. L’Afghanistan non è cambiato, scrive Gian Micalessin, firma de Il Giornale e reporter. Solo lui lo è. Gira chiuso in un blindato, come i soldati russi durante l’invasione di trent’anni prima. Era il 1983, l’epoca del suo primo reportage e della sua prima guerra, che aveva seguito nello schieramento opposto dei mujhaeddin. Gli arsenali dei talebani sono gli stessi di allora: «Kalashnikov di fabbricazione cinese, lanciarazzi anticarri Rpg, qualche missile katyusha». In aggiunta solo le mine artigianali e le bombe degli attentatori suicidi. Tra i sovietici che negli anni ’80 si accontentavano di radere al suolo i territori occupati e le forze della Nato che distribuiscono aiuti nei villaggi, costruiscono ponti e scavavano pozzi «gli afghani sembrano non apprezzare la differenza». In quel paese montagnoso, aspro, gelido o bruciato dal sole, l’Italia ha pagato il più alto tributo di sangue dopo la seconda guerra mondiale. Per questo motivo, Micalessin ha deciso di scrivere un libro su otto di quelle che sarebbero più di cinquanta storie di soldati italiani caduti in Afghanistan.

L’APPUNTAMENTO. La presentazione del libro di Micalessin è venerdì 28 settembre alle ore 18.00  a Milano presso la Libreria Feltrinelli di via Ugo Foscolo 1/3 in Piazza Duomo. A commentare il libro Afghanistan, solo andata. Storie dei soldati italiani caduti nel paese degli aquiloni, ci saranno anche il capitano e medaglia d’oro al valore Gianfranco Paglia e Monica Maggioni, giornalista RAI e reporter.

OTTO RACCONTI. Non potendo raccontarle tutte, il libro raccoglie otto vite che incontrano un destino comune, la morte in Afghanistan, che ha colpito più di cinquanta soldati italiani dall’inizio della missione Isaf nel 2004. Storie che svaniscono nelle cronache dei nostri giornali perdendosi in sessanta righe, fra retorica e speculazioni, e che Micalessin ripercorre passo dopo passo, attraverso le testimonianze degli amici, dei parenti e dei commilitoni. Storie di soldati di cui essere fieri, che hanno fatto la guerra, che hanno deciso di combatterla. Giovani uomini che si sono arruolati chi per scelta chi per necessità, che hanno deciso di andare in Afghanistan, a rischiare la vita davanti a un nemico temibile, violento, che agisce nello spazio di pochi minuti e si nasconde fra la folla o nelle gole delle montagne. Da queste vite concrete emerge anche quella dell’uomo che va in guerra e lì, posto dal nemico di fronte alla consapevolezza della possibile fine, il senso dell’esistenza, prima di perderla «nello spazio di un breve momento voluto dalla sorte».

STORIE COME QUELLA DI MATTEO MIOTTO.  Miotto aveva venticinque anni. Veneto. Durante gli addestramenti con gli Alpini partiva di corsa sui pendii della montagna da seicento metri e finiva di correre sui duemila. La sua voce tuonava a destra e a manca. In Afghanistan nel nemico trovò qualcosa che, per lui, in occidente si è perso: credo, identità e tradizioni. Miotto faceva parte di quei quaranta soldati italiani che a turno devono tenere uno degli avamposti più piccoli e più isolati dello schieramento italiano, lungo la strada che porta in Gulistan. Miotto, affascinato sin da bambino dal “mestiere delle armi”, stava per ore ad ascoltare le storie di guerra raccontate dal nonno Antonio. A vent’anni abbandona il lavoro da operaio per arruolarsi. Nonostante il duro addestramento,  il nonno gli chiedeva se era fare il militare, quello, di tornare a casa ogni sabato «come un impiegato del catasto». Così dopo poco tempo finisce a combattere dove «combattono i Marines», a cinquemila chilometri dall’amato Pasubio. Con gli altri trentanove compagni  del 7° Alpini, arroccato in «quella striscia di reti, altane, sacchetti di sabbia, container e tende chiamata Buji» e  «ribattezzata Camp Snow», Miotto è in prima linea. «I punti da cui sparano sono sempre gli stessi. I colpi arrivano abbastanza vicini, sforacchiano i container, sibilano attorno, si piantano nei sacchetti di sabbia». Colpi in ricaduta, sparati da lontano ma di grosso calibro. Uno di questi, dopo un volo di centinaia di metri, riuscirà a passare in una feritoia di pochi centimetri, e trafiggere Miotto nel cuore, senza sfiorare una scapola. «Era una bestia» secondo i suoi commilitoni. Ogni volta che sentiva uno sparo era già alla Garitta dietro la mitragliatrice. Nel suo testamento lasciò scritto di dare tutto alla madre Anna e domandò di essere seppellito fra i compaesani caduti nella Grande guerra, quella di cui gli raccontava il nonno Antonio.

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