Adamo contro Adamo

Verrà l’uomo nuovo e avrà il nostro volto. Ma non soffrirà né morirà, rimediando agli errori di Dio. Cosa ha da ricordarci il racconto biblico sull’eterno tentativo di costruire torri che perforino il Cielo?

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Hiroshi Ishiguro è considerato un genio. È direttore di un laboratorio di Intelligenza artificiale all’Università di Osaka e, almeno secondo una classifica stilata nel 2007 dal Telegraph, è fra i più importanti geni viventi. La settimana scorsa è stato a Roma per presentare l’invenzione che lo ha reso celebre: Geminoid HI-4, “gemello”, il suo sé androide. Si tratta di un robot con pelle in silicone, capelli reali e muscoli artificiali che ha le sue stesse fattezze, è comandato a distanza attraverso un computer ed è in grado di compiere gesti del tutto simili a quelli umani. Ishiguro ha già realizzato cinque modelli, di cui il più famoso è l’esemplare donna, Geminoid F, che ha recitato in un teatro ed è stata protagonista di uno spot pubblicitario. Secondo Ishiguro nei prossimi anni questi avatar robotici invaderanno le nostre case, con una serie notevole di vantaggi pratici. I replicanti dal rassicurante volto umano potranno assistere anziani dementi e interagire con persone autistiche, come alcuni esperimenti hanno già comprovato, oppure potranno essere quegli aiutanti che, al posto nostro, svolgono umili mansioni o si occupano delle faccende di casa più noiose e pesanti.

Presentando la propria creatura in un’intervista a Repubblica, Ishiguro si è spinto oltre il dato tecnologico, spiegando quale sia la filosofia sottesa al suo lavoro: «In Giappone la vita digitale è considerata come una delle tante forme di vita del pianeta. Gli androidi sono una nuova specie che si aggiunge alle altre». Fra noi e loro non v’è grande differenza. O meglio: ora c’è perché l’uomo è più complesso, ma come l’uomo è “programmato” dal Dna così il robot è programmato da un software. La distinzione tra «reale» e «non reale» è un preconcetto cristiano ormai datato, ha ammonito Ishiguro. Il suo fine è creare un androide con una personalità autonoma e per questo ha ricevuto dal governo giapponese un finanziamento di 60 milioni di dollari, il più cospicuo mai erogato dallo Stato per una ricerca scientifica.

Fantasie? Fantascienza? Vaneggiamenti? Resta il fatto che, al momento, i suoi manichini meccanici sono delle meraviglie tecnologiche (il convegno di Roma è stato introdotto dalle parole dello stesso robot), ma ancora più notevole, per quel che ci interessa, è l’ambizione di Ishiguro di presentare la propria creatura non come un robot, ma come un altro sé. «Ho creato questi androidi per capire di più me stesso», ha dichiarato. Al fondo della ricerca, dunque, c’è un interrogativo esistenziale. Geminoid non è solo una macchina: 60 milioni di dollari servono a dotarlo di un’anima, di un pensiero e di una coscienza propri. Un’impresa mastodontica: l’uomo come creatore di un nuovo Adamo, migliore di quello che passeggiava nell’Eden. Il “nuovo primo uomo” non invecchia, non sfiorisce, non si stanca, non muore. Insomma, un lavoro fatto per bene, che rimedi agli errori della natura e del suo Creatore. Come rispondere a una provocazione del genere? Ishiguro ha dalla sua valide argomentazioni per lasciarci stupefatti: agisce a fin di bene, sfrutta al massimo le potenzialità dell’intelletto umano, ci promette un futuro migliore. E dunque?

soloveitchikCredo quindi sono
Il lettore ora dovrà portare pazienza se, come si dice, la prendiamo un po’ alla larga per commentare le affermazioni dello scienziato giapponese. Ma non abbiamo trovato parole più adeguate di quelle scritte dal rabbino Joseph Dov Beer Soloveitchik in un saggio pubblicato nel 1965 e appena tradotto in Italia col titolo La solitudine dell’uomo di fede (Belforte editore, a cura di Vittorio Robiati Bendaud). Soloveitchik, una delle figure di riferimento dell’ebraismo novecentesco, ha una posizione simile eppur diversa da quella di Ishiguro. Come lui, è mosso da una preoccupazione esistenziale, ma differentemente da lui non pensa possa essere risolta “facendo” qualcosa. Anzi, pensa di essere in una condizione irrisolvibile, in un dilemma che può essere riassunto in tre parole: «Io sono solo». Non nel senso che non gode di amicizie o compagnie, ma nel senso che «pur con le mie modalità umili e inadeguate, io sono un uomo di fede, per il quale essere significa credere e che sostituisce credo al penso della riverita massima di Cartesio».

Già sessant’anni fa, a pochi anni dallo sbarco sulla Luna, Soloveitchik avvertiva la solitudine dell’uomo di fede che, in «una società orientata dalla tecnica» e «per lo più sofferente di narcisismo patologico», declassa a superstizioni le convinzioni di chi «vive di una dottrina che non possiede potenziale tecnologico, di una legge che non può essere testata in laboratorio, e che è graniticamente fedele a una visione escatologica, la cui realizzazione non può essere predetta con alcun grado di probabilità, per non parlare di certezza, nemmeno ricorrendo ai calcoli matematici più avanzati e complessi». Come il Dostoevskij de I Fratelli Karamazov, Soloveitchik arriva a chiedersi: «Cosa può dire un simile essere umano a una società utilitaristica, completamente attraversata da problematiche di natura secolare, le cui ragioni pratiche della mente, infine, ormai da molto tempo, hanno soppiantato le delicate ragioni del cuore?».

Il dominatore e il custode
Qui il discorso si fa interessante perché per parlare dell’uomo nuovo occorre parlare del primo uomo. Nella Bibbia, spiega il rabbino, esistono due passi in cui si introduce la figura di Adamo. Nel primo capitolo della Genesi si legge: «E Dio creò l’uomo nella Sua immagine, nell’immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò. E Dio li benedisse e disse loro: prolificate e moltiplicatevi, riempite la terra e rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare, sui volatili del cielo e su tutti gli animali che si muovono sulla terra». Nel secondo capitolo della Genesi il racconto è diverso: «E il Signore Dio formò l’uomo di polvere della terra, gli ispirò nelle narici il soffio vitale e l’uomo divenne essere vivente. Il Signore Dio piantò un giardino in ‘Eden, a oriente, e vi pose l’uomo che aveva formato… Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di ‘Eden perché lo coltivasse e lo custodisse».

Non si tratta di due persone diverse, ma dello stesso Adamo. Il racconto biblico vuole mostrarci come entrambe definiscano l’umano. Il Primo Adamo è creato simultaneamente a Eva, riceve da Dio il mandato di sottomettere la natura, di agire e usare di ciò che esiste per realizzarsi. «Il Primo Adamo – scrive l’autore – è interessato unicamente a un singolo aspetto della realtà e pone una domanda soltanto: “come funziona il cosmo?”. Egli non è affascinato dal quesito “perché il cosmo funziona così?” e neppure dall’interrogativo “quale ne è l’essenza?”. È unicamente curioso di sapere come esso funzioni». Non è interessato al bene, ma al bello; non al vero, ma al funzionale. Così facendo, ubbidisce a Dio: è Lui che gli ha dato il mandato di conquistare e dominare.

Il Secondo Adamo è creato senza Eva. Ha umili origini (la polvere della terra), non è un dominatore, ma un custode. Egli «risponde all’appello del cosmo calandosi in un diverso genere di attitudine cognitiva. Egli non pone un unico interrogativo funzionale. Al contrario, la sua triplice interrogazione è di natura metafisica: perché è?; che cos’è?; chi è? […] Egli, cioè, non crea un mondo da sé. Al contrario, vuole penetrare quel mondo “dato”, vivente, in cui egli stesso è stato inserito. Egli, quindi, non matematicizza i fenomeni né concettualizza le cose. Il Secondo Adamo incontra l’universo nell’intero spettro dei suoi colori, nel suo splendore e nella sua grandiosità, studiandolo con ingenuità, con riverenza, con l’ammirazione di un bambino che cerca l’inusuale e il meraviglioso in ogni evento o cosa ordinari. Mentre il Primo Adamo è dinamico e creativo, capace di trasformare i dati sensoriali in costrutti del pensiero, il Secondo Adamo è ricettivo e contempla il mondo nelle sue dimensioni originali».

Il Secondo Adamo è soffio di Dio, dipende da Lui, è in comunione con Lui, sa che per realizzarsi deve legarsi a Lui ed è per questo che è perennemente inquieto, perché trova pace solo nel rapporto con il Mysterium che lo ha generato. Mentre il Primo non è stato creato da solo, ma con Eva, ed è dunque un essere sociale, fatto per stare in compagnia, il Secondo è nato nella solitudine cioè nella condizione «in cui mettiamo in discussione il nostro valore ontologico»: «Il Secondo Adamo vive in stretta unione con Dio. L’esperienza esistenziale del suo “io” è intrecciata con la consapevolezza della comunione con il Grande Sé, le cui orme scopre lungo i molti tortuosi sentieri della Creazione».

Comunità di alleanza
Poste le premesse, il ragionamento di Soloveitchik si allarga alle due diverse comunità in cui il Primo e Secondo Adamo cercano di trovare requie alle proprie domande esistenziali. Se il Primo, avendo come fine il riconoscimento del proprio dominio, crea una comunità naturale regolata da leggi e popolata da tanti “io” e “tu” che interagiscono fra loro, il Secondo non può accontentarsi di tutto ciò. Sa di essere fatto per altro e che un Altro è la sua essenza. Per questo, ciò che egli cerca è una «comunità esistenziale» in cui stringere «amicizia» con quell’Egli che è la sua origine: «Il Primo Adamo incontrò la donna completamente da solo, mentre il Secondo Adamo venne presentato a Eva da Dio, che gli intimò di unirsi a lei in una comunità esistenziale plasmata dall’agire sacrificale e dal dolore. Dio stesso divenne membro di questa comunità. Egli, dunque, non è mai estraneo alla comunità di alleanza».

Al Secondo Adamo non basta che «i cieli narrino la gloria di Dio», perché sebbene spettacolare e commovente, il messaggio del cosmo è sostanzialmente ambiguo, quel che egli cerca è un «incontro personale» come fu per Abramo: «Abramo scoperse Dio nei cieli stellati della Mesopotamia [ma] soltanto quando egli incontrò sulla terra Dio come Padre, Fratello e Amico – e non unicamente lungo le inesplorate rotte degli astri – poté sentirsi redento». Dio s’è così reso presente nella sua vita che il Secondo Adamo ha potuto vederlo «faccia a faccia», conoscerlo, stringere un’alleanza con lui.

Negare l’innegabile
Eccoci arrivati a Ishiguro. Dalla dialettica biblica si comprende come in ogni essere umano siano presenti entrambi gli Adamo: quello «maiestatico avvezzo al dominio e al successo, e l’uomo solitario della fede, dell’obbedienza e del fallimento». Il problema della modernità non è il «rozzo ateismo», dice Soloveitchik, ma di voler nascondere, abbassare, eliminare il Secondo Adamo. «Il contemporaneo Primo Adamo, che riscuote successi straordinari nelle sue gesta cosmico-maiestatiche, rifiuta di prestare seriamente attenzione alla dualità insita nell’essere umano e cerca di negare l’innegabile, ovvero che vi sia un altro Adamo di fianco a – o, più opportunamente, in – lui». Lo considera una “zavorra”, vuole “sbarazzarsene”, costruisce le sue Torri di Babele, cieco di fronte alla «grande verità che il Cielo sia, a sua volta, ancora più alto».

La sua volontà di potenza si scontra tuttavia con la sua necessità di raggiungere un’impossibile redenzione. Come Ishiguro che vuole dare un’anima ai suoi marchingegni, egli tenta di essere sovrano «non solo nel mondo tangibile, ma anche in quello spirituale». Costruisce razzi per perlustrare lo spazio o sistemi filosofici per ordinare razionalmente la sua visione immanente; e pur tuttavia rimane inquieto perché sa – intimamente sa, come il Kant del “cielo stellato” – che qualcosa gli sta sfuggendo.

Il Novecento è stato, secondo Soloveitchik, il secolo in cui questa presunzione ha raggiunto il suo apice, divenendo violenta. «L’essere umano maiestatico ha sviluppato una qualità demoniaca, ossia la rivendicazione di un potere illimitato – ahinoi, dell’infinità stessa –. Il suo orgoglio è pressoché senza freni, la sua immaginazione arrogante, aspirando al totale e assoluto controllo di ogni cosa. Al pari dell’umanità dei tempi remoti, è impegnato nella costruzione di una torre la cui sommità dovrebbe perforare il Cielo. Egli si è intossicato delle sue stesse avventure e vittorie e sta ora ulteriormente scommettendo su un dominio senza limitazioni».

Sotto le lenti del microscopio
Il problema dell’uomo contemporaneo non è dunque che sfrutti fino in fondo i doni che trova sulla Terra per migliorarsi. Anzi, è Dio che gli ha detto di farlo: è la sua missione. Il problema è che egli pecca di presunzione, volendo «identificarsi con la totalità della persona umana, dichiarando solo i suoi talenti creativi come fondamentali, ignorando completamente il Secondo Adamo e le sue preoccupazioni per quell’unica e strana esperienza trascendente, che resiste al farsi subordinare agli interessi culturali dell’essere umano maiestatico». Ridicolizza l’uomo di fede, adatta i suoi precetti a una sensibilità di comodo funzionale ai suoi umori o scopi, contempla solo ciò che trova sotto le lenti del microscopio. In sostanza, l’uomo contemporaneo è un nevrotico che oscura più o meno scientemente una parte di sé pur di lasciare fuori dalla porta quell’altro sé fondamentale per la sua realizzazione. Crea “gemelli”, ma perde se stesso. 

Foto Ansa

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