Acciaio, solitudini all’ombra di una fabbrica

È un oggetto non identificato Acciaio, il film di Stefano Mordini, tratto dall’omonimo romanzo di Silvia Avallone (Premio Campiello 2010). Recensirlo per chi non ha ancora avuto la possibilità di vederlo (sarà in sala il prossimo 15 novembre) richiede uno sforzo in più. Perché la pellicola ha il raro pregio di non limitarsi alla potenza delle immagini. Sarà perché si parla di un’acciaieria, sarà perché c’è il mare a far da sfondo a questo mostro, saranno il fuoco e il vapore continuo, ma le immagini del film sembra proprio di respirarle e a volte il respiro si fa affannoso, come se qualcosa ci impedisse di aprire i polmoni.

VITA DI PERIFERIA. Anna e Francesca hanno appena finito le medie e per loro l’estate passa lenta prima di cominciare il liceo. A Piombino la vita è sempre la stessa: le case popolari, il lavoro in fabbrica, il bagno al mare, la solitudine delle strade. Le due ragazze, belle e unite fino al midollo, cercano di dare un senso alle loro esistenze tormentate, fatte di padri assenti o troppo presenti, madri piegate dalla fatica o dai mariti e un posto da cui sembra impossibile poter uscire. Alessio, il fratello di Anna, non ricorda nemmeno come fosse la sua vita prima della fabbrica e il suo unico obiettivo è conservare il lavoro e cercare di dimenticare Elena, la ragazza che un giorno è partita e non è più tornata. Ma un giorno Piombino fagocita anche lei, che aveva fatto di tutto per allontanarsi da quel posto che adesso, scherzo del destino, la vede ritornare.

VITA DI FABBRICA. Sembra di essere chiusi in un pugno di metriquadri maleodoranti: la fabbrica sputa fumo che inghiotte le esistenze degli abitanti di questo pezzettino di terra così vicino ad Elba eppure così distante. «Ma per andare in vacanza servono davvero tutte quelle valigie?» si chiede Anna, mentre osserva i traghetti che scaricano centinaia di persone sull’isola che lei non ha mai visto. Ma Anna spera davvero un giorno di riuscire ad andare via, per non invecchiare come sua madre in attesa di un uomo che scompare e riappare, come un fantasma. Suo fratello Alessio, invece, lascia che i giorni scorrano lenti, scanditi dai turni in fabbrica e dai furti notturni necessari a provvedere alla famiglia, senza aspettarsi nulla dalla vita se non quello che già c’è, sperando che resti immutabile.

SOLITUDINE. Stefano Mordini confeziona un film da annusare, respirare, sentire, guardare, dove i silenzi graffiano e raccontano una Piombino schiacciata da un destino crudele, una fabbrica che incespica sotto il peso della crisi e lascia che i suoi operai invecchino precocemente accanto ai suoi forni. Facile pensare all’Ilva di Taranto, facile pensare alle morti sul lavoro, ma il film va oltre. È la messa in scena della solitudine, quella più feroce perché senza speranza, quella adolescenziale, fatta di sogni e triste realtà. «Perché il futuro deve sempre essere altrove?», si chiede Anna sulla spiaggia. Sarebbe bello riuscire a risponderle qualcosa di sensato.

 

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Chi lo amerà? Chi si pone domande sul futuro
A chi non piacerà? A chi ha bisogno che le inquadrature siano sempre supportate dal dialogo