Abbronzatevi con questo: “La Cina in dieci parole” di Yu Hua

“La Cina in dieci parole” di Yu Hua non è un discorso sul maoismo o sulla Rivoluzione culturale, ma il racconto di tanti episodi di vita che mostrano l’uomo per quello che è: meschino e violento ma anche capace di amore, sacrificio e grande generosità.

Prima le brutte notizie: il libro costa 18,50 euro (Serie Bianca Feltrinelli, 2012) ed è scritto da un cinese dal nome cinese, Yu Hua. Premesso questo si potrebbe dire che l’autore ha scritto anche Vivere!, da cui il regista Zhang Yimou ha tratto un film capolavoro che è tuttora censurato in Cina, che è tra gli scrittori più famosi nel suo paese ecc. ecc. Ma questi sono dettagli. La domanda è legittima: perché se in Italia si pubblicano migliaia di libri all’anno e i mesi estivi sono i pochi disponibili per sfogliare un libro, bisogna scegliere proprio l’opera di un cinese? Ed ecco la risposta: perché “La Cina in dieci parole” di Yu Hua non è il solito saggio che spiega quanta gente i comunisti maoisti hanno ammazzato, ma è un libro che racconta, attraverso aneddoti dell’infanzia dell’autore e della vita di oggi a Pechino e dintorni, quanto l’uomo può essere grande e misero allo stesso tempo.

La struttura è semplice: Yu Hua sceglie dieci emblematiche parole attraverso cui spiegare la Cina e poi racconta. Racconta della parola leader, di quando era piccolo intorno al 1960, cresciuto in un piccolo paesino al tempo della Rivoluzione culturale, e piangeva dalla gioia perché era riuscito a sognare il “presidente Mao” ben quattro volte e a stringere la mano al compaesano che diceva di aver stretto la mano al “presidente Mao”, motivo per cui non se l’era lavata per un anno intero. Racconta dell’entusiasmo e della grande capacità di affezione di un popolo, ma anche della violenza generata dall’ideologia. Racconta di un presidente qualunque di un’associazione di lavoratori che di cognome faceva Mao e che tutti chiamavano presidente Mao, e di come sia caduto in disgrazia durante la Rivoluzione culturale perché aveva fatto «comparire due presidenti Mao sulla faccia della terra». E nonostante lui protestasse «con le lacrime agli occhi che gli altri lo chiamavano così, ma lui non si sarebbe mai preso una libertà del genere», gli rispondevano: «Anche se erano gli altri a chiamarti così, tu non dovevi rispondere. Poiché lo hai fatto, sei un controrivoluzionario».

Yu Hua sceglie anche la parola lettura e narra di come gli unici libri da leggere a diposizione in tutta la Cina fossero stati per anni Il libro rosso di Mao Zedong e i testi del “signor Lu Xun”, unico scrittore accettato da Mao e l’unico a poter essere chiamato con un appellativo capitalista: “signore”. Racconta perciò le sue corse da giovane casa per casa alla ricerca di qualcosa da leggere e la fila davanti alla libreria, quando sono stati sdoganati i classici, per accaparrarsi un testo, qualunque fosse. Ma descrive anche quella che l’autore chiama «lettura da strada», cioè la lettura dei dazibao, i manifesti appesi al muro che nessuno poteva strappare se non voleva diventare immediatamente un “controrivoluzionario”. Chiunque poteva essere accusato da un dazibao e venire così ucciso per un nonnulla o umiliato davanti a tutta la città e pestato a sangue. Scrive Yu Hua: «Alle elementari ero terrorizzato dai dazibao. Ogni giorno, mentre, cartella in spalla, andavo a scuola, scrutavo nervosamente le affissioni più recenti per controllare se nei titoli compariva il nome di mio padre. (…) Avevo visto con i miei occhi più di un funzionario di partito cadere in disgrazia con l’accusa di avere “imboccato la via capitalista”. Dopo che i ribelli rivoluzionari gli avevano gonfiato la faccia, il malcapitato passava la giornata a spazzare il viale in stato di costante trepidazione, con un cartello di legno al collo, un cappello di carta a punta in testa e una ramazza in mano. I passanti erano liberi di prenderlo a calci o sputargli in faccia. E i suoi figli erano continuamente sottoposti agli insulti e alle cattiverie degli altri bambini».

Tra la miseria di bambini plagiati dall’ideologia che accusano e denunciano i propri genitori, che fanno i delatori con i coetanei, che insultano e pestano i più deboli in nome della “rivoluzione” fino a farli suicidare, tra la miseria dei nuovi poveri dopo l’era delle aperture, che si ritrovano la casa demolita dal Partito comunista o l’intera cittadina stravolta dai bulldozer, Yu Hua racconta anche esempi di umanità semplice e, per i tempi del maoismo così violenti e duri, sorprendenti. L’autore, «cresciuto durante la Rivoluzione culturale» e secondo l’educazione dell’epoca «ateo convinto» riesce a descrivere il dramma e la grandezza della Cina attraverso racconti di miserie e conquiste quotidiane. “La Cina in dieci parole” di Yu Hua, perciò, non è un discorso sul maoismo o sulla Rivoluzione culturale o sullo sfascio odierno di un paese svuotato di tutto, ma il racconto di tanti episodi di vita che si intrecciano in uno dei momenti più violenti della storia del paese e che mostrano l’uomo per quello che è: ladro, meschino, traditore, violento, stupido ma anche capace di amore, sacrificio e grande generosità. Compratelo, non ve ne pentirete.