Abbattiamo la povertà, seguendo il modello Trento

Da Beppe Grillo a Tito Boeri, torna l’idea di un reddito minimo. Facile a dirsi, ma non a farsi. Ma un esempio da cui imparare esiste: basta salire verso il Brennero

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Senzatetto dorme difronte palazzo ChigiBeppe Grillo e Tito Boeri, così diversi, così simili. Un comico prestato alla politica e un economista di gran fama prestato alle istituzioni (come presidente Inps fresco di nomina). Li divide tutto, insomma. Tranne una cosa: l’idea ricorrente di un reddito minimo per l’Italia. Pochi giorni fa, in contemporanea, hanno rimesso sul piatto della politica italiana il tema di una politica nazionale di contrasto della povertà, in sostituzione della pletora di interventi di varia natura (quasi sempre quattrini, quasi mai servizi) che si spartiscono in modo del tutto inefficace enti locali, Regioni, Stato. Riconoscere un reddito minimo (pur con declinazioni differenti nelle menti di Grillo e Boeri) rappresenterebbe uno strumento di politica sociale indispensabile per rispondere ai danni causati dalla crisi economica e dalla crescita esponenziale del bisogno negli ultimi anni.
In effetti, una misura di questo tipo da noi manca, mentre tutti in Europa ce l’hanno (ad eccezione della Grecia, e non è bellissimo sentirsi sulla stessa barca degli ellenici, di questi tempi). Ci accontentiamo delle Social Card, per aiutare sottogruppi di meno abbienti (soprattutto i pensionati) a tirare alla fine del mese. Ben sapendo che la nostra spesa sociale (18 miliardi) finisce per il 90 per cento in pensioni sociali e minime, mentre per i poveri storicamente rimangono le briciole, lasciando fare il lavoro “sporco” alle migliaia di opere di carità distribuite lungo lo Stivale. Il tema torna insomma a far discutere. E girano le cifre, come sempre un po’ ballerine. Per ora la proposta più seria è quella prodotta da un cartello di soggetti della società civile, del sindacato e delle istituzioni denominato “Alleanza contro la Povertà”, che hanno fatta propria l’idea di un “Reddito di Inclusione Sociale” originariamente lanciato da Acli e Caritas. Euro più, euro meno, la cosa costerebbe a regime all’incirca 7 miliardi di euro.

Non “quanto”, ma “come”
Tanti soldi, dunque. Eppure, a ben vedere, il vero problema non è neppure questo. Certo, se il governo decidesse di cercarli, trovarli e poi spenderli, sarebbe già un passo avanti. Ma il vero nodo è: come si fa a spenderli? Ovvero: chi deve gestire l’operazione? Lo Stato, le Regioni, i Comuni? E il Terzo settore può avere un ruolo? E con quali strumenti? E ancora: che percorso deve seguire il beneficiario, per evitare le derive assistenzialiste? Tutte domande capitali, che ne nascondono una originaria: che cosa rende efficiente una misura di contrasto alla povertà? La priorità è ovviamente quella di raggiungere chi ha effettivamente bisogno, riuscendo a intercettare anche i casi più nascosti e difficili; a seguire, occorre prevedere modalità agili e rapide per poter intervenire nel più breve tempo possibile; infine, occorre prevedere interventi non assistenziali (e dunque non soltanto quattrini, ma anche servizi), mettendo in condizione la persona di tornare in possesso della propria autonomia nel più breve tempo possibile. Si deve dunque intervenire con rapidità ed efficienza, non soltanto con trasferimenti monetari (pur indispensabili), ma anche con misure che incidano sulle relazioni, sull’educazione dei figli, sulla formazione degli adulti, orientando e accompagnando in un processo di rinascita umana, relazionale, del nucleo famigliare e della persona.
La Pubblica amministrazione (Pa) italiana è in grado di dare una risposta efficace ed efficiente su tutti questi aspetti?

L’esperienza insegna (non sempre)
In effetti sarebbe questo il primo tema da porre sul piatto. Perché conosciamo la lunga storia di inefficienza della nostra Pa, al centro come in periferia. E anche perché sappiamo come sia dura a morire la tendenza assistenzialista del nostro welfare, mai corretta fino in fondo anche nella zoppicante Seconda Repubblica. Il caso degli interventi contro la povertà è, da questo punto di vista, paradigmatico.
Un Reddito Minimo di Inserimento fu in effetti già sperimentato a livello nazionale sul finire degli anni Novanta, per poi trovare una serie di tentativi regionali che hanno avuto nel complesso scarsa fortuna e ancor minore efficacia. La sperimentazione nazionale coinvolse complessivamente 39 grandi Comuni, cui se ne aggiunsero altri in grappoli limitrofi, per un totale di 307. Trattandosi di un esperimento, furono analizzati i risultati per scovare eventuali difetti. Il risultato fu tutt’altro che entusiasmante e l’esperienza fu lasciata morire dall’allora ministro del Welfare, Roberto Maroni. Il fatto è che tutti i problemi evidenziati allora sembrano essere dimenticati. E allora è bene riappendere i post-it sulla parete, come promemoria per ogni ragionamento presente e futuro: lo strumento era ritenuto inefficace a causa di valori di soglia Isee troppo bassi, dell’eccessiva discrezionalità lasciata ai Comuni sul fronte della valutazione patrimoniale e reddituale, dell’impreparazione gestionale dei Comuni e di un generale deficit di risorse necessarie all’organizzazione di un intervento assai complesso. L’insieme di questi problemi ha determinato dunque già in passato enormi disparità nella qualità dell’intervento a seconda delle risorse amministrative e organizzative disponibili nei Comuni. Problemi del passato, si dirà: sono trascorsi 15 anni, qualcosa sarà cambiato. E invece siamo ancora a ragionare sugli stessi limiti, alla luce di quanto accaduto con la più recente sperimentazione della “Nuova Social Card”, quella testata in 12 grandi città la cui lentissima implementazione e i cui risultati non coerenti con le aspettative sembrano rimandare ai medesimi problemi evidenziati, determinando le consuete debolezze e inefficienze.

Qualcosa da imparare
In mezzo a queste non brillanti esperienze, c’è un indirizzo disponibile nel nostro paese per vedere l’effetto che fa dotarsi di reddito minimo funzionante (seppur imperfetto). Basta salire verso il Brennero e fermarsi a Trento: qui da molti anni c’è il Reddito di Garanzia disegnato dalla Provincia Autonoma. Al netto delle differenze culturali e di finanza pubblica che in una Regione a statuto speciale sono inevitabili, quel che conta è leggere con attenzione il funzionamento di quel modellino. Orientato all’universalismo selettivo (per tutti, ma con dei limiti rigidi per selezionare chi ne ha davvero bisogno), ad alta efficienza burocratica, finalizzato al reinserimento attraverso politiche attive. L’intervento è finalizzato a portare i nuclei familiari sopra la soglia di povertà, ma con interventi mediamente della durata di otto mesi (con poche possibilità di replica, e comunque per un massimo di 16 mesi in due anni) e con restrizioni all’accesso molto rigide (tra cui l’obbligo di residenza da almeno cinque anni per gli stranieri). Il processo di accesso è semplificato, utilizzando gli sportelli dell’Agenzia provinciale cui è demandata la gestione della misura ma anche l’ampia rete dei patronati presenti sul territorio. La disponibilità di infrastrutture informatiche in rete permette di licenziare in modo immediato la procedura, stabilendo al momento della compilazione la posizione in graduatoria del nucleo richiedente. In caso di accettazione, l’erogazione monetaria avviene dal mese successivo. La dimensione di presa in carico e accompagnamento della persona è resa effettiva grazie all’ente locale (per la parte sociale) e alla locale Agenzia per il lavoro, con la quale si firma l’accettazione di qualunque lavoro venga proposto, pena la decadenza immediata del sostegno economico. E – attenzione – la politica funziona anche come deterrente verso l’esclusione sociale di specifici gruppi sociali: tutti i maggiorenni abili al lavoro presenti nel nucleo famigliare devono obbligatoriamente partecipare a percorsi di inclusione sociale. Giusto per esemplificare: in famiglie di provenienza musulmana, le donne devono entrare in un percorso di integrazione, anche solo garantendo la loro partecipazione a corsi di lingua e cultura italiana. Altrimenti, niente soldi né servizi di supporto.
Insomma, in un colpo solo si evitano le trappole tipiche delle misure assistenziali, e si introduce un potente strumento per togliere dal cono d’ombra culturale soggetti deboli a rischio di emarginazione.
Guardare a Trento, dunque. Anche per capire che il modello funziona se la Pubblica amministrazione sa fare il suo mestiere in fretta e bene. Per questo, senza la rivoluzione della burocrazia pubblica da anni promessa e mai realizzata, sarà probabilmente impossibile realizzarlo. E le opere di carità continueranno a essere l’unico domicilio conosciuto per l’esercito dei nuovi poveri. 

Foto Ansa

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