A Seattle sognavano l’isola di Wight. Hanno avuto il centro sociale Caino

Morti, violenze e sparatorie a Capitol Hill. Così il sogno utopico della società senza polizia autogestita dei Black Lives Matter si è trasformato in un incubo

Volevano fare l’isola di Wight, hanno avuto il centro sociale Caino. «We could have the Summer of Love», usignoleggiava il sindaco di Seattle Jenny Durkan alla Cnn e nel giro di dieci giorni ha avuto: quattro sanguinose sparatorie, un sedicenne e un diciannovenne all’obitorio, un quattordicenne in terapia intensiva, un diciassettenne col braccio crivellato di colpi, un uomo ferito da diverse fucilate. E razzie, stupri, aggressioni. Tutte a un tiro di schioppo dalla stazione abbandonata del dipartimento di polizia, sulla cui porta sventola ora un ritratto anni Settanta dell’attivista Angela Davis (e grazie a una passata di vernice spray “police department” è diventato “people department”).

COMUNE E PALLOTTOLE

Benvenuti nella Chaz, Capitol Hill autonomous zone, o se preferite Chop, Capitol Hill Organized Protest, dove il sogno del quartiere antirazzista e anticolonialista autogestito dai manifestanti del movimento Black Lives Matter e sigle Lgbtq, si è trasformato in un incubo distopico dove di giorno si coltiva la soia rivendicando la propria indipendenza dagli Stati Uniti d’America e di notte si schivano pallottole al riparo di una Jeep Cherokee bianca chiamando in lacrime il 911.

GESSETTI E DOCUMENTARI ANTICOLONIALISTI

Tutto ha avuto inizio con le barricate issate dopo la morte di George Floyd, un assalto a base di mattoni e bottigliate alla centrale, l’ordine del sindaco agli agenti di non reagire, quindi l’evacuazione e infine l’istituzione di una zona “cops free” osannata da tutti i giornali liberal: eccolo, il quartiere utopia, il fuck you ai razzisti e gli odiatori di tutta America. «Un esperimento di vita senza polizia: in parte festival di strada, in parte comune – scriveva il New York Times -. Centinaia di persone si sono radunate per ascoltare discorsi, poesie e musica. Martedì sera, dozzine di persone sono state sedute nel bel mezzo di un incrocio per guardare il 13th, il film di Ava DuVernay sull’impatto del sistema giudiziario criminale sugli afro-americani. Mercoledì, i bambini hanno fatto dei disegni con i gessetti in mezzo alla strada». Tutto bellissimo. «È patriottismo», spiegava il sindaco, procuratrice sotto l’ex presidente Barack Obama, «non abbiamo bisogno di nessuno, incluso il presidente, per cercare di seminare ulteriore divisione, ulteriore sfiducia e disinformazione».

SACCHEGGI, RAPPER, CARNE VEGANA E AK-47

Dopo di che hanno iniziato a girare sui social le immagini del capopopolo accampato con i suoi scagnozzi alla stazione di polizia, il rapper nero Raz Simone che guida la Tesla tutto ingioiellato, ama girare con un AK-47 e ronde armate per difendere lo stato ribelle. Nonostante gli sforzi del raz della Chaz e delle sue pattuglie il mito dell’autosostenibilità dell’autogoverno autodisciplinato che gioca a dodgeball, dorme in tenda e disegna graffiti, si è infranto subito. «I senzatetto che abbiamo invitato hanno portato via tutto il cibo dalla Zona Autonoma di Capitol Hill. Abbiamo bisogno di altro cibo per mantenere funzionante l’area. Per favore, se possibile portate sostituti vegani della carne, frutta, avena, prodotti a base di soia ecc. qualsiasi cosa per aiutarci a mangiare», hanno iniziato a twittare i ribelli, mostrando le foto di bizzarri teli e cartoni stesi in strada coperti da terriccio e piante in vasetto chiamandoli “orto comunitario”.

PESTAGGI, VIOLENZE, RAPINE

La tensione sale a Capitol Hill, si moltiplicano i video come quello di Oogesa Taro, attivista di sinistra giapponese e membro di un collettivo “Without Borders” la cui permanenza nell’ormai celebre quartiere cops free che avrebbe voluto decantare in patria dura pochi minuti: appena superate le barricate un gruppo di balordi lo aggredisce e malmena costringendolo alla fuga. Il capo della polizia di Seattle inizia a denunciare le segnalazioni di stupri, rapine, violenze, estorsioni e minacce provenienti da commercianti e residenti della zona, i media liberal e i democratici non cambiano di una virgola lo storytelling tutto coccole della comune, perfino Forbes tenta l’intemerata per scrollare da Raz Simone l’immagine di “signore della guerra” e consegnargli quella di lungimirante Spartaco vittima del rancore preconcetto della classe politica (sic).

MORTI, FERITI, SANGUE

Meno di una settimana dopo Spartaco è su Twitter, accusa i medici di avere aspettato troppo a entrare nel Chop dopo una delle sparatorie «lasciando sanguinare nostro fratello per 30 minuti fino alla sua morte. Fanculo la politica. Fanculo il sistema corrotto». Peccato che alle ambulanze sia vietato raggiungere una scena del crimine se prima non è stata messa in sicurezza dalla polizia, che appunto nel Chop è bandita per decreto. «Abbiamo perso un altro uomo di colore la scorsa notte», è stata la sintesi degli eventi di Jaiden Grayson, uno dei leader del movimento BLM, che della perdita del senno di una civiltà dove non sono i poliziotti a mandarti al creatore non si preoccupa, «questa è la vera ragione per cui siamo qui».

“È ORA CHE LA GENTE TORNI A CASA”

Le sparatorie che hanno lasciato vittime e feriti sulle strade dove si coltiva la soia e l’utopia del quartiere libertario-anarchico tanto in voga a sinistra ora cesseranno: il 23 giugno scorso, scesa da Twitter (dove ha passato giorni a litigare con Trump che la esortava furibondo a “riprendere il controllo della zona” invitandolo a farsi i fatti suoi) e approdata sulla terra, il sindaco Jenny Durkan ha ammesso: «è ora che la gente torni a casa». O forse non cesseranno affatto, i manifestanti, ha assicurato il sindaco, non saranno rimossi con la forza, «ma la città parlerà con i leader della protesta organizzata a Capitol Hill per convincerli a lasciare l’area». Ieri l’ultima, sanguinosa, sparatoria e un inizio timido di sgombero di sei barricate di cemento. Prontamente sostituite con divani, cartelli e pannelli di legno dai resistenti in un quartiere sempre più fantasma.

STRANA ETEROGENESI DEI FINI

Imprese e residenti ne hanno abbastanza, ad oggi sono due le maxi cause intentate contro la città di Seattle, una per impedire a Stato e amministrazione di istituire “zone fuori legge”, mentre il sindaco deve gestire le richieste di dimissioni da parte di colleghi e avversari di partito. Se i negoziati con i ribelli non funzionassero si dovrà ricorrere alla polizia e all’ormai famigerata strategia di “controllo del disordine” da parte, appunto, delle forze dell’ordine. Ed è una ben strana eterogenesi dei fini su quell’isola di Wight diventata il centro sociale di Caino.

Foto Ansa