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La preghiera del mattino

Il miglior alleato di Xi Jinping è Trump

Di Leone Grotti
25 Settembre 2026
La visita negli Stati Uniti del presidente cinese, il soft power di Pechino, gli errori del tycoon. Rassegna ragionata dal web
Il presidente cinese Xi Jinping arriva alla Joint Base Andrews il 23 settembre 2026 per una visita di Stato negli Stati Uniti, accolto dal presidente americano Donald Trump
Il presidente cinese Xi Jinping arriva alla Joint Base Andrews il 23 settembre 2026 per una visita di Stato negli Stati Uniti, accolto dal presidente americano Donald Trump (foto Ansa)

Il presidente cinese Xi Jinping è arrivato il 23 settembre a Washington per una visita di Stato di tre giorni negli Stati Uniti, la prima dal 2015. Ad accoglierlo personalmente e con tutti gli onori alla Joint Base Andrews è stato Donald Trump, insieme alla first lady Melania. L’incontro è di capitale importanza, ma è difficile che produca grandi risultati, scrive Reuters:

«In una dichiarazione rilasciata al suo arrivo e diffusa dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, Xi ha espresso l’auspicio di relazioni più stabili con gli Stati Uniti, affermando che Pechino e Washington dovrebbero essere “partner, non rivali” e che la “logica storica della coesistenza pacifica” tra i due paesi non è cambiata. Per Trump (…) la visita rappresenta tanto una questione di prestigio nazionale quanto un’opportunità diplomatica di grande rilievo. (…) Non sono attese svolte importanti. Secondo gli analisti, è probabile che i risultati concreti si limitino alla proroga della tregua commerciale in scadenza a novembre e a un accordo per valutare le minacce poste dall’intelligenza artificiale».

Xi Jinping è un maestro nell’arte della dissimulazione e non perde occasione per mostrare al mondo il volto amichevole e innocuo della Cina. Ma non bisogna illudersi. Durante i suoi 14 anni al potere, il dittatore ha agito costantemente per danneggiare e minare gli Stati Uniti e l’Unione Europea, evitando però gli scontri frontali. Inondando l’America di merci a basso costo (e non solo), praticando un dumping brutale e ottenendo enormi surplus commerciali, utilizzando la sovracapacità produttiva come un’arma, chiudendo il proprio mercato in modo protezionista, imponendo il trasferimento di tecnologia ad aziende cinesi, usando i controlli sulle esportazioni di terre rare come strumento di ricatto e sostenendo, economicamente e industrialmente, tutti gli avversari e i nemici degli Stati Uniti, dalla Russia all’Iran, la Cina dimostra di essere tutto tranne che un partner americano.

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Il soft power è un’arte che la Cina ha imparato a maneggiare molto bene, come dimostra un sondaggio del Pew Research Center, ripreso dal New York Times:

«I sondaggi condotti dai principali istituti di ricerca, inclusi due pubblicati questa settimana, mostrano che l’immagine della Cina negli Stati Uniti è notevolmente migliorata negli ultimi anni. (…) Il Pew Research Center ha pubblicato mercoledì dati secondo cui il 54% degli americani ha oggi un’opinione “fredda” della Cina, in calo rispetto al 68% registrato nel 2021. (…) Il Chicago Council on Global Affairs (…) ha rilevato un’inversione di tendenza negli ultimi due anni. Nel 2024, la percentuale di americani favorevoli a una “cooperazione amichevole e all’impegno con la Cina” era scesa al 40%. Tuttavia nel luglio scorso la cifra è salita al 57%. (…) All’inizio di quest’anno, l’istituto di ricerca Gallup ha rilevato che la quota di americani con un’opinione favorevole della Cina era salita al 34%, più del doppio rispetto al minimo storico registrato nel 2023».

Perché sempre più americani credono al volto benevolo mostrato dalla Cina? Non solo perché il partito comunista ha imparato dai migliori, dagli Stati Uniti stessi, l’arte del soft power (basta vedere il film che sta per uscire nelle sale: Once upon a time in the Middle East). Ma anche perché i recenti catastrofici interventi di Donald Trump (dalla guerra in Iran all’aperta polemica con papa Leone XIV fino alla ventilata invasione della Groenlandia) hanno danneggiato l’immagine del più importante paese dell’Occidente, riducendolo alla stregua di uno Stato canaglia capriccioso disposto a tutto pur di ottenere ciò che vuole. Il decadimento dell’immagine americana nell’opinione pubblica è stato sfruttato da Xi Jinping, che ha presentato con successo la Cina come alfiere del diritto internazionale e di un ordine multipolare.

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È quasi superfluo ricordare che la Cina è tra i primi 15 paesi al mondo per violazioni dei diritti umani dei propri cittadini. Ma a conferma della differenza tra le favole raccontate dal partito comunista e la realtà, si può riprendere la storia dell’attivista cinese e difensore dei diritti umani Shi Tingfu, condannato ingiustamente a tre anni di carcere per aver parlato con giornalisti stranieri, morto in prigione a pochi mesi dal termine della pena. Riporta Chinese Human Rights Defenders:

«Il 22 settembre le autorità della prigione di Shahe, nella Regione autonoma uigura dello Xinjiang (Xuar), hanno comunicato alla famiglia di Shi Tingfu che l’uomo ha avuto un infarto in carcere. Shi, 67 anni, stava scontando una condanna a tre anni per “provocazione di liti e disordini” ed era uno dei due destinatari del Premio Cao Shunli 2025 per i difensori dei diritti umani. (…) Shi soffriva di diverse patologie, tra cui ipertensione, polmonite e asma. Quando il suo avvocato lo incontrò presso il centro di detenzione di Aral City, ad Aksu, l’11 aprile 2024, constatò che le condizioni di salute dell’uomo – già precarie – erano ulteriormente peggiorate durante la detenzione».

L’ultimo rapporto dell’organizzazione Chrd ha documentato 209 casi di tortura di attivisti e difensori dei diritti umani in carcere tra il 2016 e il 2025. Secondo la Fondazione Dui Hua (“dialogo” in cinese), al 31 marzo 2025 c’erano almeno 7.157 persone in Cina sottoposte a un regime carcerario o di detenzione domiciliare per ragioni politiche. Per il database della Commissione sulla Cina del Congresso americano, al 30 giugno 2025 i prigionieri politici erano almeno 2.755. Anche se, precisa l’ultimo rapporto, «i casi di prigionieri politici o religiosi in Cina sono molti di più rispetto a quelli contenuti nel database». Un paese simile non può spacciarsi per alfiere del diritto internazionale.

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L’accoglienza ricevuta da Xi Jinping negli Stati Uniti dimostra quanto è diventata potente la Cina. Ma la sua grandezza geopolitica, che deriva da quella economica, è costruita sulle spalle di milioni di lavoratori sottopagati e senza diritti, come ricorda Zhang Lijia sul South China Morning Post:

«Viene da chiedersi se la Cina abbia fissato correttamente le proprie priorità. Vincere la corsa all’intelligenza artificiale rappresenta davvero un’ambizione nazionale prioritaria, mentre il paese deve affrontare un altro problema economico urgente? I cinesi comuni, infatti, hanno ancora troppo poco denaro in tasca. L’anno scorso, i quasi 300 milioni di lavoratori migranti cinesi hanno guadagnato in media appena 5.075 yuan al mese (750 euro), con un incremento di appena il 2,3% rispetto all’anno precedente. La retribuzione media si è attestata a 4.382 yuan (570 euro) nel settore della vendita al dettaglio e a 4.208 yuan (550 euro) in quello alberghiero. La dottoressa Alicia Garcia-Herrero, capo economista per l’area Asia-Pacifico e Medio Oriente presso la banca francese Natixis, definisce questa contraddizione come la “doppia economia” della Cina: “La Cina sta investendo risorse ingenti in intelligenza artificiale, robotica, veicoli elettrici, batterie e altre tecnologie strategiche. Tuttavia, tali investimenti sono finanziati in parte da famiglie soggette a repressione finanziaria: risparmi vincolati a basso costo, una crescita salariale modesta e una quota dei consumi sul Pil che rimane decisamente troppo bassa per un’economia di queste dimensioni”».

Per rendere la Cina sempre più grande e di conseguenza restare al potere, un partito comunista sempre più nazionalista sacrifica volentieri il benessere dei suoi cittadini. Come ha scritto l’economista Huang Yasheng, «la Cina ha dimenticato Karl Marx».

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La visita di Xi Jinping negli Stati Uniti è probabilmente la conferma che la strategia cinese – accompagnare senza scossoni il declino americano per poi soppiantare gli Usa come prima superpotenza globale – sta funzionando, scrive The Atlantic:

«Finora, l’approccio di Xi ha dato i suoi frutti. In cambio di qualche ora trascorsa con Trump, è riuscito a neutralizzare di fatto il suo avversario, che rimane più potente sulla carta. Trump sembra poco interessato a fare pressione su Xi affinché rinunci alla partnership con Putin, nonostante abbia verosimilmente sostenuto lo sforzo bellico di Mosca in Ucraina. Nonostante le minacce di sanzionare i paesi che appoggiano l’Iran, l’amministrazione Trump non ha adottato misure significative contro la Cina, il principale acquirente di petrolio da Teheran. Trump ha inoltre ridimensionato il sostegno americano a Taiwan – territorio rivendicato da Pechino – arrivando persino a ritardare l’approvazione di una vendita di armi da 14 miliardi di dollari all’isola retta da un governo democratico».

È troppo presto per dire se la Cina sta vincendo nella sua partita per soppiantare gli Stati Uniti. Di sicuro, Xi sta ottenendo tutto ciò che vuole.

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