Il cupio dissolvi tecnologico di chi dice “no” ai data center per partito preso

Di Andrea Venanzoni
16 Settembre 2026
Se Amodei, Altman e Musk vogliono davvero frenare l'accelerazione dell'Ai, possono sempre trasferirsi in Italia. Provocazione
Due donne mostrano un cartello con scritto
Proteste a Washington contro l'installazione di un data center, il 21 aprile 2026 (foto Ansa)

Dario Amodei, Sam Altman, Elon Musk, volete davvero rallentare la sfrenata accelerazione dei modelli di intelligenza artificiale, volete percorrere a velocità più sicura la frontiera ed evitare la catastrofe? Lasciate ogni vostro bene sotto il sole della California e venite in Italia!

Potremo così cessare di essere l’oleografico museo a cielo aperto colmo di ruderi e vini e mandolini dei capitani Corelli tanto caro a una certa vulgata da National Geographic del turismo ricco e diventare la Silicon Valley alla rovescia, la palestra dove tutto rallenta e che come nella Erewhon di Samuel Butler rovescerà qualunque idea e qualunque innovazione. Fino alla stasi assoluta, alla calma piatta, alla flatline marmorea del tempo zero. Immobili, nietzschanamente induriti per la gioia dell’eternità.

Non abbiamo l’intelligenza artificiale, ma abbiamo la legge sull’intelligenza artificiale

Siamo dopotutto il Paese che esulta per l’approvazione di leggi su materie e oggetti di cui non disponiamo nemmeno alla lontana. I primi a legiferare anni fa sulle criptovalute e poi se citi a un nostro politico i nomi di Paolo Ardoino e di Giancarlo Devasini quello al massimo pensa a calciatori o ad attori che potrebbero aver recitato con Pierfrancesco Favino. E se, per sbaglio, evochi Tether, probabilmente si figurerà una marca di televisori.

Siamo stati anche i primi ad approvare, nel settembre del 2025, una legge sull’intelligenza artificiale, persino più realisti del già ampiamente labirintico e laocoontico legislatore europeo. Naturalmente non abbiamo l’intelligenza artificiale, ma non importa, almeno abbiamo la legge.

Noi siamo quelli dell’intelligenza artificiale etica, che non si capisce bene cosa sia se poi, in concreto, non hai una tua intelligenza artificiale. D’altronde quando durante i secoli dell’apertura delle grandi rotte nautiche la riflessione etica si appuntò sul rapporto proprietario tra potenze che colonizzavano terre inesplorate e su cosa fare delle popolazioni conquistate, l’etica, pietra angolare del nascituro diritto internazionale, ebbe anche la funzione di self-restraint interno a quelle stesse potenze, per contenerne la ipoteticamente autodistruttiva esorbitanza dall’orizzonte del sostenibile.

L’Italia di oggi non è la Spagna del XVI secolo

Pur permanendo nel campo del teologico-morale, specie in un’epoca che come ricorda Carl Schmitt ne Il Nomos della terra coltivava non di rado il disprezzo per il giurista, la lezione di Francisco de Vitoria, quella di Francisco Suarez, in seguito ancora quella di Grozio, più strutturalmente giuridica, operavano in perfetta simmetria con l’espansione propiziata dalla tecnica nautica e dall’innovazione, contenendone le spinte centripete.

Ma si trattava di una riflessione nata nell’alveo delle potenze che andavano espandendosi, tutta interna e indissolubilmente legata a quel moto espansivo, tanto tecnico quanto politico. Ecco, noi non siamo la Spagna del XVI secolo e non siamo de Vitoria o Suarez. Non siamo nemmeno Grozio e l’Olanda del XVII secolo. Noi, allo stato attuale, siamo gli indigeni.

L’opposizione ai data center come cupio dissolvi

C’è in effetti qualcosa di tragicamente tribale nel modo in cui le masse e la classe politica italiane affrontano il tema dell’alta tecnologia. E lo si vede soprattutto quando dopo anni di sbornia da virtualizzazione e da miniaturizzazione la tecnologia torna ben infissa nel cuore del territorio, potentemente visibile, come fosse il monolite piombato in terra in 2001: Odissea nello spazio.

Quando si parla di Ai, infatti, ma pure di Llm, di cloud, di connettività, non riusciamo mai a vedere davvero di cosa si stia parlando. Esonda dalla nostra percezione, dal nostro sguardo, e quando stringiamo in mano il nostro sempre più piccolo smartphone per colloquiare con quella voce parimenti invisibile del chatbot intelligente che surroga amici o confidente o psicoanalista o amante pensiamo che dietro non ci sia nulla. Nessuna struttura fisica, nessuna sagoma tangibile, nessuna reale esternalità.

Tutta quella tecnologia ha bisogno di data center

Nei primi anni Duemila, quando il digitale sembrò far finire quella che Bruno Latour definiva la “tirannia dei geografi”, ingegneri, informatici, sociologi e geografi, forse col dente avvelenato, si ingegnarono nel tracciare cartografie dei mondi cibernetici, facendo nascere degli “Atlanti del Cyberspazio”.

Poi però ci si è iniziati a rendere conto, per dirla alla Benjamin H. Bratton, che tutta quella tecnologia impattava sul mondo e finiva per plasmarlo e modificarlo anche fisicamente; il data center diveniva così l’epidermide algoritmica di un mondo nuovo. Per questo, il data center assume, specie da noi in Italia, la vocazione apocalittica del segno maledetto, la porta d’inferno destinata a sconvolgere pacifiche comunità locali. Il ritorno della presenza aliena che spezza l’oziosa quiete del proprio orticello, in un Paese che già di suo naviga immobile nella comoda placenta del principio di precauzione e nell’odio per qualunque rischio.

Ed ecco la guerra luddista, il NIMBY alla norcina, la crociata strapaesana condita di bolsa retorica e di miserabile convenienza politica, quella degli spazi vitali elettorali, delle constituency geolocalizzate tra valli e borghi. I data center potrebbero essere la nostra salvezza. La connessione computazionale con l’Europa, l’apertura di una sesta direttrice, e invece nulla, iniziano da subito a far paura.

Le proteste contro i data center di Travagliato e Magenta

Salta quello di Travagliato, paesino di circa 14.000 anime in provincia di Brescia. Solo di oneri urbanistici e ambientali, cioè di tasse, avrebbe portato alle casse comunali 11 milioni di euro, cioè praticamente l’equivalente del bilancio annuale alla voce “spese”. Tutte coperte, per un anno, dalla edificazione della maxi-struttura.

Senza poi considerare il lavoro, l’indotto, e via dicendo. Ma niente, si è preferita la religione del not in my backyard. Ma ancora più incredibile è la protesta contro quello previsto a Magenta, nell’ex area industriale dismessa dell’ex stabilimento Novaceta: qui dovrebbe vedere la luce un Campus Data Center che rappresenterebbe fiore all’occhiello per Ai e cloud in tutta Italia.

Incredibile perché l’area prevista per la costruzione non è una riserva naturale minacciata dall’ingordigia tecnocapitalistica del data center, ma una sorta di enclave di degrado, disagio e tossicodipendenza. Praticamente tutte quelle cose contro cui i cittadini protestano e di solito si mobilitano pure. Qui invece hanno preferito mobilitarsi contro il data center, il che la dice lunga sul senso delle priorità.

Il boicottaggio corre grazie ai data center

C’è anche un dettaglio delizioso in questi moti popolari di protesta e nel loro coordinamento; si muovono e prosperano su piattaforme social, app come Telegram, si moltiplicano sugli smartphone. Tutta roba che esiste solo a prezzo dell’esistenza dei data center. In pratica, i protestatari protestano contro ciò che essi stessi usano su base quotidiana. Senza accorgersi della contraddizione e dell’ipocrisia.

La politica lascia fare, blandisce, blocca, zavorra, e ci fa così scivolare fuori dal corso della storia. Per questo noi siamo i campioni dell’IA etica: solletica e nobilita la nostra incapacità di guardare in faccia le sfide di un mondo sempre più complesso e trasforma illusoriamente la nostra immobilità in valore.

Articoli correlati

1 commento

  1. Gabriele Bonfrate

    Nulla da eccepire sulla disamina dei mali italiani, epperò i data centers cosa tanto bella non sono. Ma anche qua si registra uno strabismo tutto ideologico, rispetto all’impatto ambientale di questi “mostri” (nel senso più latino del termine). E così mentre ci sorbiamo quotidianamente pipponi infiniti su clima, CO2, etc etc, si continuano ad edificare queste voraci cattedrali…