Il red carpet militante di Venezia
È finita la Mostra del cinema di Venezia, dove peggio di essere un portatore sano di testosterone e finire accusato di alimentare la tossicità machista di Trump da Paolo Giordano sul Corriere c’è solo sfilare sul red carpet senza una causa a verbale. Già perché non basta più essere attori, registi o – che cosa originale – presentarsi con un film in concorso: urge esibire un’emergenza morale, possibilmente fotogenica, sicuramente rilanciabile sui social network per contribuire a «favorire la diffusione del cinema internazionale in tutte le sue forme di arte, spettacolo e industria, in uno spirito di libertà e di dialogo», come dice la mission à la Marco Polo della Biennale. E così il tappeto rosso del Lido s’è mutato in una sorta di assemblea studentesca diretta da TikTok, un gran bazar di anime belle dove il confine tra testimonianza impegnata e macchietta è sfumato nell’ennesimo trend di stagione.
Gaza, i femminicidi, il davanzale di Sydney, i peli di Phoebe
C’è stata la spilla per il cessate il fuoco a Gaza di Susan Sarandon, il messaggio di inclusione per l’autismo di Alberto Stefani, il graffio di rossetto di Greta Scarano con la mano alzata contro la violenza sulle donne. Istante di silenzio, poi il rullo compressore del circo ha fagocitato tutto: il tempo di un photocall e l’inclusione, la carneficina di Gaza e l’inferno della violenza sulle donne sono finite dritte come accessori esotici nelle fotogallery dei “look più belli della serata”, incastrati esattamente a metà strada tra la polemica sul minimo storico di registe in concorso e il davanzale di Sydney Sweeney con la sua innegabile vocazione a fare grande cinema e grandi gallery.
La geopolitica dei follicoli ha fatto il resto. La cantautrice Phoebe Bridgers si è presentata a polpacci incolti e selvaggi, inaugurando una nuova frontiera del riscatto internazionale. I rotocalchi sono andati in visibilio per la scelta di “libertà e autodeterminazione” pelosa; Vanity Fair ha avvistato persino la «macchia di sudore» sul vestito e, in preda a un’estasi mistica sulla «vera evoluzione culturale», è corso a intervistare un chirurgo plastico. Bentornati al cinema.
La pasionaria di Prada, il colletto di Malkovich, le influencer a caso
Perché oramai ogni panno reclama la sua assoluzione etica. Valeria Angione ha così rispolverato l’abito da sposa per «dare un messaggio sul riutilizzo» contro lo spreco; Giulia De Lellis è arrivata vestita con i centrini di nonna per promuovere l’upcycling e il legame tra generazioni. Ma il capolavoro lo ha firmato Jasmine Trinca: definendo la produttività «un film horror», si è dichiarata fieramente anticapitalista e lo ha fatto indossando con disinvoltura una maglietta Prada da 1.100 euro. Ciaone Karl Marx, benvenuto scontrino, del resto anche l’incoerenza richiede un prezzo sufficientemente alto per essere scambiata per avanguardia.
E così mentre Il Foglio ha eretto trincee intellettuali per difendere il colletto seicentesco di John Malkovich dall’assalto della brigata delle «Birkenstock impolverate e della sigaretta fumata in spregio ai divieti nelle file per entrare in sala» che sanno «zero» di costume, la falange delle influencer ha compiuto il suo annuale miracolo di economia circolare: sono lì perché sono lì, si fotografano perché sono fotografate, esistono perché il feed conferma che esistono, “il mio primo red carpet”, “scappo dal bodyguard”, “i look più virali delle creator italiane”.
Onlyfans sul red carpet e altri santini
Tipo Beatrice Segreti, professione “performer di contenuti per adulti” su OnlyFans, che almeno ci ha risparmiato il sermone valoriale, ma non il pippotto su “la capacità di fare parlare” di Beatrice che ha “portato se stessa” in “uno degli spazi più potenti della comunicazione di oggi” di un noto portale femminile. Infine Nina Dobrev – un’attrice, ma pensa – è stata sgomberata dal tappeto in tre secondi per far largo alle TikToker di turno, scatenando le doglianze di Alessandro Gassmann – chiedersi perché sfilino tutti a Venezia ha ormai il candore di chi entra a un rave e si lamenta perché sono tutti drogati.
Fellini il baraccone lo girava, non lo giustificava. Al contrario oggi ogni figurante deve esibire il suo santino: e così a Venezia la spilla rappresenta l’impegno, il rossetto la violenza, i peli l’autodeterminazione, i centrini il riciclo, la maglietta Prada la rivoluzione e Sydney Sweeney le tette. Mica Marco Polo.
La preferenza è una cosa seria.
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