Grazie, Francesco

Di Carlo Simone
08 Agosto 2026
Con la morte del cantautore emiliano è volato via un pezzetto di cuore. Le "Marlboro di alibi" a Milano e "La bambina portoghese" ascoltata a scuola
Francesco Guccini
foto Ansa

Scrivo col capo cosparso di cenere, poiché so di non sapere e specialmente di non capirne di musica. Per cui meglio che su Guccini vi leggiate l’ottimo pezzo dell’ottimo Vietti. Ciò detto, quando vola via un pezzetto di cuore, non si riesce a non dire almeno: «ahia». E aggiungerei anche un: «grazie».

Grazie, Francesco (l’ho scoperto quando sei morto che eri soprannominato “Maestrone”: perciò preferisco chiamarti come lo faceva Claudio Chieffo, nel titolo di quella bella canzone in cui prova a rispondere ai tuoi interrogativi sulla sentinella, la notte, eccetera).

Grazie perché, anche se ci conosciamo solo da una decina d’anni, quando da tanti di più tu in-canti l’Italia intera, mi hai permesso di conoscere meglio due delle persone a me più care: mia moglie e mio padre; e, così facendo, anche me stesso.

L’ennesima Marlboro di alibi

Mia moglie, innanzitutto, che all’epoca era solo la mia morosa. Lei ha avuto il merito di spalancare per prima la finestra nel buio della mia ignoranza musicale (e poetica: nel tuo caso le due cose vanno insieme). Da studentessa universitaria viveva nel quartiere di san Siro, a Milano, e allora cominciò facendomi sentire quella tua canzone ambientata proprio in quella periferia, che comincia così: «Samantha scende le scale | di un policentro attrezzato comunale…». Io rimasi incantato dalla tua erre moscia che s’ergeva come un’onda dentro quel sintagma, «policentro attrezzato», che mai avrei pensato potesse essere inserito in una canzone.

Da allora non riesco a non passare da quelle parti, da «san Siro, un urlo che non cogli a fondo», senza canticchiare Samantha; e m’immagino il «cielo viola carico» che devi avere visto tu. Ripenso alla mia città che davvero «muore di malinconia», mi fumo l’ennesima «Marlboro di alibi», tengo inutilmente a bada il mio «senso vago di infinito panico», e capisco che tu, sinistra o destra non m’importa, l’uomo lo avevi capito. I tuoi Samantha e Andrea hanno tracciato per me, fin dal primo ascolto, gli antipodi degli Anna e Marco che cantava Lucio Dalla, sulla mappa dell’amore: e una volta stabiliti i due poli, è stato più facile accingersi a tentare di riportare quanto ho incontrato nel mezzo. Che lavoro che fate, voi artisti: grazie.

La bambina portoghese a scuola

E poi ho scoperto quanto tu funzioni a scuola. Ne ha parlato benissimo Marcello Bramati di recente in L’ultimo miglio. Motivi e modi per accogliere i cantautori nella letteratura e in classe (Mimesis, 2025). Dal canto mio, mi son divertito sfoderando in classe Don Chisciotte, Cyrano, Cristoforo Colombo eccetera. Ma poi se ne è uscito mio padre con un’idea ancora migliore. E mi ha raccontato di quando, da giovane insegnante di religione, cercando di imitare don Giussani entrava in classe con il mangiacassette, e alla prima lezione faceva ascoltare la tua Bambina portoghese.

Che ha quell’inizio nervoso e oscuro, come di braci ardenti nella notte: «E poi, e poi, gente viene qui e ti dice | di saper già ogni legge delle cose | E tutti, sai, vantano un orgoglio cieco | Di verità fatte di formule vuote | E tutti, sai, ti san dire come fare | Quali leggi rispettare, quali regole osservare | Qual è il vero vero | E poi, e poi, | tutti chiusi in tante celle | Fanno a chi parla più forte | Per non dir che stelle e morte fan paura». E li sfidava a chiedersi se non fosse proprio così, che «stelle e morte fan paura» (io avevo sempre capito «stelle morte», tutto attaccato; ma la sostanza non cambia); e dunque a capire che al cuore dell’uomo occorrono risposte, poiché ha una domanda per cui non valgono le «Marlboro di alibi» di cui sopra.

Poi questa tua canzone fatta a ostrica cambia, e lentamente scivola nella descrizione della bambina che contempla l’oceano, e tutto che diventa arancione, e lei che cerca di capire l’infinito, e poi, e poi, io ancora sto qui a domandarmi che fine abbia fatto, quella tua bambina portoghese. Chissà se l’hai sognata, chissà se invece l’hai proprio vista, a Nazaré o dintorni; chissà se invece eri proprio tu, o la tua anima, quella bambina. Certo, un esperto saprà dire se in qualche intervista tu ne abbia mai parlato; io mi limito a vagheggiare. E non è molto, ma mi piace, chiudere gli occhi e fingermi che adesso stiate insieme, in riva a un oceano di luce, mano nella mano; soli, «nel sole, come di mani future».

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