Non sapendo più definire cosa sia un uomo, abbiamo ridotto il lavoro a prestazione. Ma non sarà la tecnologia a risponderci
Un robot in un negozio di bricolage a Pocking, Germania, 22 maggio 2026 (Foto Ansa)
Il dibattito sull’intelligenza artificiale è spesso impostato come una gara tra capacità umane e capacità artificiali. La domanda ricorrente è quali attività resteranno all’uomo quando i sistemi saranno in grado di scrivere, analizzare, programmare, tradurre, decidere in contesti sempre più ampi. È una domanda comprensibile, ma che assume che il confine tra uomo e macchina possa essere individuato confrontando prestazioni. Sposa quindi un approccio deterministico che nasce quando si pensa che anche l’uomo sia un fattore come altri, e quindi sostituibile come esito di uno spietato meccanismo.
Solo funzioni replicabili
In fondo siamo ancora fermi al modello taylorista per il quale il lavoratore doveva essere concepito come una macchina che svolge il proprio ruolo nel modo più rapido ed efficiente, fino al momento in cui un’altra macchina potrà raggiungere risultati ancora migliori.
Abbiamo sempre più concepito il lavoro e chi lavora attraverso categorie funzionali: competenze, output, in...
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