Il perdono non consola. Libera

Di Caterina Giojelli
26 Agosto 2026
Perché la testimonianza al Meeting di Rimini sul male abbracciato da Davide Simone Cavallo e Chiara Mocchi ci riguarda tutti
Davide Simone Cavallo e Matteo Severgnini (fto Flickr Meeting Rimini)
Davide Simone Cavallo e Matteo Severgnini (fto Flickr Meeting Rimini)

Quando la cronaca ti rovescia addosso storie come quelle di Chiara Mocchi e Davide Simone Cavallo, la tentazione è farne subito un caso di giustizia, di sicurezza, di pene esemplari, oppure un capitolo di sociologia sull’odio, la rabbia, il disagio giovanile. Una professoressa di scuola media accoltellata al collo e al torace da un suo alunno tredicenne, uno studente di ventun anni aggredito a Milano da una banda per una rapina e rimasto con una lesione midollare: tutto chiedeva il solito repertorio, il colpevole, la punizione, la spiegazione. Poi da entrambi erano arrivate due lettere aperte, impreviste, pubblicate dai giornali: «Conosco la rabbia di un’età, la frustrazione del vivere in un mondo troppo grande per noi. Non odio. Dovrei farlo, ma non mi riesce», ha scritto Cavallo. «Sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore. Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte»», ha detto Mocchi. E poi c’era stato l’abbraccio di Davide in tribunale, due mesi dopo, con i suoi aggressori. «Mi pesa sul cuore ogni giorno che passeranno in galera. Ragazzini arrabbiati col mondo che non sapevano cosa facevano e a cui avrei teso volentieri la mano».

La cronaca li ha raccontati come fatti stupefacenti, gesti da eroi capaci di fare ciò che agli altri non sarebbe possibile. Al Meeting, invece, quelle storie sono state sottratte alla retorica dell’eccezionale: «Il perdono non è una posa eroica» – ha detto Matteo Severgnini, responsabile Gioventù Studentesca, e rettore della Scuola Regina Mundi a Milano introducendo l’incontro “Il perdono rende liberi” – «il perdono è qualcosa di infinitamente più drammatico e vertiginoso».

«Ero poco, sporco, alieno, rotto. Ma non mi sono mai amato tanto»

«Uscii una sera, non ricordo cosa successe e mi svegliai 5 o 6 giorni dopo in una sala d’ospedale incapace di vedere la faccia di chiunque». Davide ha male, paura, caldo, freddo e i tubi nel petto, quando «mi resi conto che non avevo perso tutto. Avevo perso un sacco, tutto ciò che era importante, ma non tutto. Quel poco che avevo, quella rovina che mi era rimasta di me, del mio corpo, della mia psiche e della mia anima, quello non me l’avrebbe tolto nessuno. Ero io. Ero poco, pochissimo. Però ero io ed ero degno di non abbandonarmi lì. Ho passato quattro ore a piangere e a dire grazie perché mi sono reso conto che come chiunque mi ero trovato in una situazione che mi ha fatto temere per tutto: potevo non esserci. Mi sentivo sporco, alieno, rotto a terra, ma non mi sono mai amato tanto quanto allora».

Quanto a Chiara Mocchi, «Ero in terapia intensiva e mi sorprendevo a non provare rancore», racconta nel suo contributo video inviato al Meeting. «Solo più avanti ho compreso che il perdono non è un atto che si celebra per avere qualcosa in cambio. Non è un atto razionale: non si perdona per avere qualcosa ma per darlo a titolo gratuito. Perdonare mi ha dato una forza e una libertà straordinaria: il perdono rende liberi, ma non si perdona per esser liberi, si è liberi perché si perdona. Io l’ho fatto e ho trovato la libertà della gratuità che mi permette di andare avanti e di fare della mia vita un dono. Mi è stato tolto tanto ma altrettanto mi è stato dato in termini di opportunità. Non so cosa mi aspetta ma io aspetto con fiducia e con speranza».

«Ma dove sarei io senza senza questo inferno?»

Prediamo ancora qualche loro virgolettato, perché il male subito non si cancella, ma non permette di amputare il resto della vita: Chiara Mocchi si presenta dicendo «sono una insegnante e sono cristiana: oggi dirlo significa una appartenenza e per me vuol dire che la mia vita deve essere coerente con un cuore pulito». Davide Simone Cavallo non si sente definito dalle sue ferite ma da «un amore incrollabile per la mia famiglia e per quel mondo orribile che sì, mi ha fatto passare l’inferno… Ma dove sarei io senza di lui? Che cos’è la mia famiglia se non parte del mondo che mi ha fatto soffrire?».

Ancora: per Chiara Mocchi i «valori cristiani sono valori umani che hanno significato nella condivisione e nell’amore». Per Davide Simone Cavallo perdonare è stato quasi inevitabile: «L’ho fatto perché è bello e perché bisogna stare sul presente e non rinchiudersi in se stessi. Perdoni perché fai parte dell’universo, perché ami la tua famiglia, perché sei sempre stato così. Perché mi sono fidato della parte più profonda di me stesso» – e delle parole del suo avvocato, il primo a legittimare il suo sguardo dicendogli che «il dialogo è quel modo in cui si ricuce la ferita in te e nel tessuto sociale».

Il perdono non è una faccenda per anime straordinarie

Potremmo applaudire, commuoverci, pensare che il perdono sia una faccenda per anime straordinarie. Un po’ come li presentarono i giornalisti quando pubblicarono le loro lettere scandalosamente prive di rancore. Al Meeting due persone destinate a rimanere per le cronache “la professoressa e il ragazzo accoltellati” hanno testimoniato invece che il perdono è una possibilità umana per tutti, legata alla libertà, alla gratuità. Soprtattutto, alla storia di ciascuno.

Resta, sotto la superficie di queste testimonianze, una domanda che riguarda tutti noi: non abbiamo brandito il coltello ma abbiamo fatto abbastanza perché non accadesse? Il perdono che Cavallo e la sua professoressa hanno scelto di offrire non chiude questa domanda: la lascia aperta, e proprio per questo è un giudizio più esigente di qualunque sentenza. «La vita è stupenda. È un dono. Auguro a ognuno di voi di viverla in pienezza. Fatene un’opera d’arte, fatene un capolavoro», ha augurato Mocchi ai ragazzi del Meeting. «Quando perdoni sei libero di muoverti, di andare avanti, di amare», ha ricordato loro Cavallo. Senza il perdono «ci priviamo di una delle gioie più grandi della vita: il fare un errore e l’essere amati nonostante quello».

Prendere sul serio il loro perdono significa smettere di rincorrere le emergenze facendone una sola questione di regole, giustificazioni o pene esemplari. Accettare che l’unica risposta vera al male non è un moralismo di reazione, ma l’impatto con un’esperienza di bene concreta, incontrabile, capace di strappare un giovane con o senza il coltello al vuoto e mostragli che la sua vita è un dono. Assumersi, come Cavallo e Mocchi, la responsabilità di testimoniare un bene per cui valga la pena vivere.

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