Ora l’Uruguay scopre che la cannabis brucia il cervello
Per anni in Europa la cannabis è stata raccontata come la droga «leggera» per eccellenza: poco più di un innocuo rito generazionale, accompagnato dai peana per la liberalizzazione. Quella narrazione trovò nell’Uruguay di José “Pepe” Mujica il suo laboratorio politico più celebre. Nel 2013 Montevideo presentava la legalizzazione come un «esperimento di avanguardia». Il presidente di allora, ex guerrigliero diventato icona di sobrietà e realismo, sosteneva che qualcuno dovesse essere il primo a tentare una via diversa dalla guerra alla droga.
L’obiettivo dichiarato era sottrarre il mercato ai narcos, tutelare la salute pubblica e mettere lo Stato al centro della regolamentazione. Oggi, a più di un decennio di distanza, proprio dall’Uruguay arrivano dati che obbligano a guardare quell’esperimento da un’altra prospettiva.
La ricerca che affossa il “modello Uruguay”
Una ricerca condotta dal medico Rodolfo Ferrando, professore aggregato di Medicina nucleare e Immaginologia molecolare dell’Università della Repubblica, segnala che il consumo cronico di cannabis del mercato regolamentato è associato ad alterazioni della memoria, dell’attenzione e delle funzioni esecutive. Lo studio, approvato nel 2019 dal Comitato etico dell’Hospital de Clínicas, grande ospedale universitario pubblico di Montevideo, e realizzato tra il 2020 e il 2025, ha confrontato consumatori abituali — provenienti da farmacie, club e coltivatori per uso personale — con non consumatori.
I risultati indicano nei consumatori cronici un «netto calo» nei processi di memoria e nella curva di apprendimento, un rendimento inferiore nelle prove di attenzione e un crollo nelle funzioni esecutive, dal controllo inibitorio alla flessibilità cognitiva. Parallelamente, le tomoscintigrafie mostrano una riduzione del flusso sanguigno nelle regioni frontali e temporali del cervello, soprattutto nelle aree prefrontali collegate alle funzioni cognitive superiori e al sistema di ricompensa.
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Il consumo di cannabis legale «non è innocuo per il cervello»
Il dato più rilevante riguarda la potenza. Gli effetti risultano più estesi e marcati tra chi consuma cannabis ad alto THC — in media intorno al 15%, con picchi fino al 25% nei club e nelle coltivazioni domestiche — rispetto a chi si rifornisce nelle farmacie autorizzate, dove le varietà a bassa potenza restano intorno al 5-6%. La disfunzione prefrontale si estende maggiormente nelle zone dorsali coinvolte nel ragionamento di ordine superiore. Ferrando sottolinea che questi effetti possono essere almeno in parte reversibili, ma insiste su un punto decisivo: il consumo frequente di cannabis legale «non è innocuo per il cervello». Serve, scrive, a fondare strategie di educazione, prevenzione e riduzione del rischio.
Il problema è soprattutto culturale. La “canna” di oggi non va automaticamente sovrapposta a quella mitizzata degli anni Settanta, cui gran parte dei media, almeno in Italia, fa ancora riferimento per nostalgia del tempo che fu. Allora la concentrazione media di THC nelle infiorescenze era molto più bassa. Oggi le varietà commerciali possono raggiungere concentrazioni molto superiori, mentre estratti e altri prodotti possono avere potenze ancora maggiori. Anche il rapporto tra THC e CBD è cambiato: molte varietà selezionate per massimizzare l’effetto psicoattivo presentano livelli di CBD molto più bassi. Non è dunque la stessa cannabis, quanto a potenza e composizione, di quella consumata decenni fa.

Con la legalizzazione prospera il mercato nero
Non serve demonizzare né inventare paragoni con l’LSD di Charles Manson. Serve smettere di raccontare che una droga diventa innocua perché viene legalizzata. L’esperimento uruguaiano, nato con l’ambizione di essere un laboratorio di realismo, ha generato dati che permettono di discutere senza slogan. Laddove la legalizzazione potesse anche ridurre alcuni rischi legati alla criminalità e garantire, quando il prodotto è regolamentato, maggiori informazioni sulla sua composizione, non cancella però gli effetti sul cervello. E il mercato illegale, che non ha fatto che crescere in Uruguay anche dopo la legalizzazione, aggiunge un ulteriore pericolo: l’impossibilità di sapere con certezza che cosa si sta assumendo.
Il secondo problema è infatti il mercato nero, che continua a prosperare anche dopo la legalizzazione. Chi acquista cannabis dalla criminalità non sa con certezza cosa sta fumando: concentrazione di THC, contaminanti e composizione possono essere imprevedibili. Il rischio riguarda anche prodotti venduti con nomi ingannevoli, come il “tusi”, spesso miscela di sostanze diverse, o sostanze contenenti MDMA, fentanyl e cannabinoidi sintetici. Non significa che ogni cannabis illegale contenga queste sostanze, ma che sul mercato clandestino è impossibile escludere adulterazioni o sostituzioni. I cannabinoidi sintetici, in particolare, possono provocare intossicazioni gravi e, in alcuni casi, letali.
La libertà di scegliere presuppone la libertà di conoscere i rischi. Soprattutto per gli adolescenti. Informare significa dire senza moralismi che la cannabis ad alto THC non è quella degli anni Settanta e che, quando arriva dal mercato criminale, può essere letale. Trasformare una sostanza in una merce regolamentata non ne elimina i costi sanitari, sociali (a un anno dalla legalizzazione i crimini erano già raddoppiati) e non ha nulla a che vedere con il “realismo”: la «canna innocua» appartiene più alla retorica di vecchi e nuovi tromboni che alla realtà.
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