I Patriot promessi da Trump al vertice Nato non risolvono la guerra in Ucraina
L’ultimo vertice della Nato, come già accaduto in passato, è ruotato attorno alle intemperie di Donald Trump. Ad Ankara i leader europei hanno dovuto pararsi dalle accuse del tycoon, arrabbiato per non essere stato aiutato nella guerra all’Iran (aiuto che, per altro, non aveva inizialmente chiesto).
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Armi, armi, armi
Il discorso si è concentrato sugli investimenti per l’acquisto di armi (possibilmente dagli Stati Uniti) e sull’aumento delle spese per la difesa fino al 5%.
Come l’Italia, i principali paesi europei hanno confermato che gli impegni saranno «rispettati». Ma, come ha sottolineato Giorgia Meloni, l’aumento delle spese verrà fatto «in modo sostenibile, stabilendo noi i tempi, i modi e le priorità».
Il tycoon, alla fine, è risalito sull’Air Force One soddisfatto, parlando di una «unità straordinaria», soprattutto dopo che il segretario generale della Nato, Mark Rutte, gli ha mostrato gli impegni raccolti per l’acquisto di armi americane per un totale di circa 50 miliardi.
L’Ucraina potrà produrre i Patriot
Ma il vertice della Nato non è stato soltanto chiacchiere, che hanno comunque il loro peso se ripetute allo sfinimento, come gli impegni per l’acquisto e la produzione di più armi, in barba agli appelli di papa Leone XIV sul ritorno al dialogo come mezzo privilegiato per la risoluzione dei problemi internazionali.
Trump avrebbe anche promesso a Volodymyr Zelensky di dare all’Ucraina la licenza per costruire i Patriot, i missili americani indispensabili per difendersi dai raid di missili e droni russi.
Le promesse, si sa, sono gratis ma la concessione da parte degli americani di una tecnologia cruciale a Kiev è sintomo di un sentimento che serpeggia anche tra molti analisti e giornalisti: la posizione dell’Ucraina nella guerra contro la Russia continua a migliorare.
«La Russia non sta perdendo la guerra»
L’impressione è data dagli attacchi sempre più frequenti che l’Ucraina riesce a portare sul suolo russo con i droni, colpendo quotidianamente petroliere, raffinerie, depositi di petrolio e altre infrastrutture energetiche. Questi attacchi, come scrive il Financial Times, hanno portato la guerra in casa di 50 milioni di russi, colpiti da blackout frequenti e costretti a fare lunghe code alle stazioni di servizio per rifornirsi di carburante.
Chi scrive di conseguenza che la Russia sta perdendo la guerra, però, si sbaglia: «Si tratta di una interpretazione errata e pericolosa del conflitto». L’affermazione lapidaria non è di un analista qualunque, ma di Valery Zaluzhny, ambasciatore ucraino nel Regno Unito, già comandante in capo delle Forze armate ucraine da inizio guerra fino all’8 febbraio 2024, quando è stato rimosso dall’incarico dal presidente Zelensky per fare posto al generale Oleksandr Syrsky.

L’analisi di Zaluzhny
In un’analisi per il Telegraph, Zaluzhny ha ricordato che a causa dello sviluppo di nuove tecnologie, con riferimento soprattutto al massiccio aumento dell’utilizzo dei droni in battaglia, «è diventato estremamente difficile ottenere passi avanti decisivi». Non siamo più davanti a «una guerra di rapide manovre, ma di logoramento».
Per ottenere una «vittoria tattica», bisogna accettare perdite umane «straordinarie» e anche quando vengono conquistate nuove posizioni, «è sempre più difficile mantenerle». Ecco perché «il successo sul campo di battaglia si misura in metri piuttosto che in chilometri, spesso a un prezzo che ha poco a che fare con il suo valore strategico».
La guerra di logoramento
Ucraina e Russia di conseguenza fanno sempre più affidamento sui raid missilistici. Kiev è ormai in grado di colpire il territorio russo, «ma questi attacchi sono costosi, tecnologicamente impegnativi e in ultima analisi reciproci. La Russia mantiene la capacità di rispondere con forza uguale o superiore. Nessuno dei due paesi può affidarsi a questo tipo di guerra per produrre un vantaggio strategico decisivo».
I raid sono ormai l’unica opzione dal momento che sul campo di battaglia «si è raggiunto qualcosa di simile all’equilibrio», commenta l’ex comandante delle forze armate. «La Russia non possiede la capacità militare per conquistare l’Ucraina in modo definitivo. Allo stesso modo, l’Ucraina al momento non ha i mezzi per liberare con la sola forza tutto il territorio occupato. L’equilibrio militare si è trasformato in una situazione di reciproca negazione piuttosto che di vittoria decisiva».
L’Ucraina, però, ha un problema in più: dipende dal sostegno finanziario e militare dell’Occidente e non può sopravvivere senza di esso. La Russia lo sa e «la sua strategia si basa sempre di più sullo sfiancare l’Ucraina dal punto di vista economico, militare e psicologico», in attesa che gli alleati dell’Ucraina diminuiscano il loro sostegno.
La Russia rifiuta ogni accordo
L’analisi di Zaluzhny ridimensiona l’importanza per l’Ucraina della possibilità di produrre i Patriot, così come quella della conquista da parte della Russia di una città come Kostyantynivka, annunciata dal Cremlino una settimana fa anche se il centro del Donbass non è ancora completamente caduto.
Kiev e Mosca dovrebbero arrendersi alla necessità di raggiungere un accordo. Purtroppo, le aperture fatte da Zelensky su pressione di Trump sono state vanificate dall’intransigenza di Vladimir Putin, che pretende almeno l’intero Donbass per porre fine al conflitto.
Regalare tanto territorio a un nemico che non sembra in grado di conquistarlo militarmente è inaccettabile per Kiev, che non vuole cedere ma deve anche fare attenzione al rischio «sfiancamento» suggerito da Zaluzhny e alla stanchezza degli alleati.
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