Il buon traduttore è un realista. Parola di José Ortega y Gasset
Filosofo e sociologo spagnolo tra i più grandi del secolo passato, José Ortega y Gasset (1883-1955) non si è però solo occupato di questioni squisitamente socio-politiche. Non può essere dunque ridotto, per dire, al pur cruciale La ribellione delle masse, ancora oggi testo fondamentale per comprendere molto di ciò che è successo nel Novecento (e anche ai giorni nostri). Lo dimostra assai bene un recente volumetto pubblicato dall’editore Rubbettino, nella bella collana “Le bighe”. Curato e introdotto da Claudia Razza, Miseria e splendore della traduzione comprende alcuni articoli dedicati al tema inclusi nelle Opere complete di Ortega. Apparso in traduzione nel 2001 per l’editore Il Melangolo, questo volume viene ora meritoriamente riproposto da Rubbettino. Gli avverbi, si sa, bisognerebbe limitarli al massimo, ma quel “meritoriamente” ha un significato preciso: nel momento in cui strumenti di traduzione e scrittura automatica vanno a inserirsi sempre più nella vita quotidiana di molte persone, l’autore ci ricorda il valore filosofico dell’atto del tradurre.

Cattivo e buono
Nella lettura orteghiana, la traduzione va ben al di là di un processo meccanico e impersonale. Nell’articolo che dà il titolo al libro, inizialmente uscito nel 1937, Ortega definisce la traduzione nientemeno che «un’aspirazione utopica». Il traduttore è scarsamente considerato, ancora oggi, nonostante il suo sia uno dei mestieri più complessi; inoltre, scrive letteralmente Ortega, spesso è descritto come un «traditore» del testo originale. Insomma, non gode di alcun prestigio. Eppure, si tratta di una delle pratiche più difficili in assoluto, pensa Ortega.
Esistono due tipi di utopismi che possono guidare chi traduce. Il primo, quello “cattivo” e “falso”, è tipico di chi ritiene si possa produrre, con un semplice atto di volontà, qualcosa di perfetto: «Non c’è nulla per cui senta maggiore ripugnanza, e vedo in esso la causa massima di tutte le sventure che accadono ora nel pianeta», scrive il filosofo l’anti-perfettista. Gli ammonimenti orteghiani, si badi, valgono per ogni faccenda umana. Il suo contrario, l’utopismo “buono” e “giusto” (rigorosamente con le iniziali minuscole, ovviamente), fa agire con umiltà. Detto altrimenti, riconoscendo l’impossibilità di eliminare del tutto le barriere linguistiche, il traduttore che persegue questa via procede per tentativi ed errori, e sa bene che «tutto – tutto quello che vale la pena, si capisce, tutto ciò che è davvero umano – è difficile, molto difficile; tanto, che è impossibile». Compresa la traduzione perfetta. Il buon traduttore è allora un realista, sia per ciò che abbiamo appena detto, sia perché considera la realtà della lingua, ovvero il contesto socio-culturale della stessa.
La preferenza è una cosa seria.
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Non una controfigura ma un cammino
Le lingue ci separano e ci mettono in comunicazione, osserva Ortega, ma provenendo «da quadri mentali differenti, da sistemi intellettuali dispari – in ultima istanza –, da filosofie divergenti», giocoforza la traduzione di un testo non può e – forse meglio – non deve essere «una controfigura del testo originale», bensì «un cammino verso l’opera». Tradurre, di conseguenza, implica scelte, anche dolorose; implica immedesimarsi nel (con)testo che si vuole rendere in altra lingua, ma anche, per l’appunto, avere sempre in mente la lingua (e il contesto) di arrivo. Erriamo, sentenzia Ortega, se abbiamo la presunzione che basti un traduttore automatico per comprendere davvero un testo: tradurre richiede capacità di comprensione culturale, una buona dose di anti-perfettismo e la consapevolezza che la lingua è una pianta viva, ma dalle radici antiche: come la stessa realtà in cui abitiamo, «non l’abbiamo fatta noi: l’abbiamo ereditata».
Tradurre, insomma, significa anche rispettare il pluralismo, a patto che il pluralismo non conduca ad altro, come all’indifferenza egualitaria. In un libro di qualche anno fa, dedicato proprio a questi temi (L’ordine di Babele, Rubbettino), Sergio Belardinelli ricordava qualcosa che Ortega avrebbe sottoscritto: «L’incontro con l’altro richiede apertura e disponibilità, ma anche realismo, consapevolezza che l’umanità che tutti ci accomuna si esprime in modo unico in ciascuno, implicando quindi anche una certa dose inevitabile (e salutare!) di resistenza, imperscrutabilità, irriducibilità».
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