Contenuto riservato agli abbonati

Per “chiamare le cose con il loro nome” bisogna amare la realtà

Di Emanuele Boffi
01 Luglio 2026
La quinta edizione del Premio Luigi Amicone a Caorle e la sensazione di essere a casa ogni volta
Caorle, 12 giugno 2026. Piazza Vescovado affollata per l'incontro con il direttore di Libero, Alessandro Sallusti
Caorle, 12 giugno 2026. Piazza Vescovado affollata per l'incontro con il direttore di Libero, Alessandro Sallusti (foto di Nicola Marchesin)

Tornare a Caorle è ormai un po’ come tornare a casa. Ad aspettarci c’è una combriccola di amici che, a partire dal sindaco Marco Sarto e dal vicesindaco Luca Antelmo, passando da Giosuè e Ruggero, ci consente da cinque anni di “chiamare le cose con il loro nome”. Un titolo che prova a dire qual è il nostro intento e impegno: rimanere attaccati alle cose, presentarle per quello che sono, senza aggiungere impalcature intellettuali a una realtà che, così com’è, sentiamo amica. Non siamo dei visionari né dei beoti ottimisti: lo sappiamo bene che il mondo è pieno di guerre, violenze, menzogne. Lo sappiamo, e lo scriviamo. Ma sappiamo anche che non può fare esercizio di realismo chi non ama la realtà. Non s’è mai visto, infatti, un cinico realista. 

Essere giornalisti secondo Luigi Amicone

Lo aveva detto bene, tanti anni fa, anche il nostro caro Luigi Amicone nell’articolo che abbiamo posto ad apertura di quel libretto che abbiamo pubblicato in suo onore, L’anarcoresurrezionalista. Scriveva Gigi descrivendo quel che è la nostra professione: «Per il giornalista la vita è un treno. Il suo viaggio quello di un pendolare. Al limite non lo riguarda la destinazione. Lui è lì per registrare, filmare e commentare la vita dei passeggeri».

Non è questo forse un segno di terzietà e indipendenza? Non è questo distacco, questa neutralità, la garanzia che a “parlare” sono i fatti? Il nostro mondo vive e si pasce di una retorica falsa e insopportabile di un rispetto dei fatti che è solo la foglia di fico sotto cui nasconde i propri pregiudizi e a priori.  Non stanno così le cose. E infatti Amicone notava come questo apparente realismo alla fine si trasforma solo in disincanto e cinismo (e acquiscenza col padrone che, di volta in volta, ci si sceglie per portare a casa la pagnotta al 27 del mese).   

No, per chiamare le cose con il loro nome occorre amare quel che si vede, anche se si mostra col ghigno feroce del male e della brutale contraddizione. Non perché tutto sia positivo, ma perché tutto è stato redento, cioè riscattato da un Dio fatto uomo, da un Fatto con la maiuscola, imprevisto e imprevedibile, che «svenerassi per noi». 

Tempi a Caorle per chiamare le cose con il loro nome

A Tempi non proviamo a fare altro che questo, in fondo. Sia che parliamo di libertà di informazione con Alessandro Sallusti, sia che discutiamo delle mattane di Trump con Ferraresi e Gaggi. Sia che parliamo di Veneto col presidente Alberto Stefani, sia che scherziamo con Federico “Osho” Palmaroli. Sia che discutiamo di minoranze creative e maggioranze silenziose con il patriarca Francesco Moraglia, Aura Miguel e Matteo Matzuzzi, sia che raccontiamo la storia del “Maradona delle carceri” Fabrizio Maiello.

Ecco, appunto: se non lo avete fatto, guardatevi il video con l’intervista-testimonianza di Fabrizio Maiello. È un uomo che ha imparato a chiamare le cose con il loro nome. E ha imparato a farlo solo quando, dopo mille peripezie e avventure, rapine in banca e giornate trascorse legato a un letto dell’ospedale psichiatrico, qualcuno – la direttrice del carcere, un galeotto minorato mentale, un’infermiera innamorata – gli ha mostrato che dentro la vita c’è la promessa che il male può essere vinto, che qualcosa di bene rimane mentre tutto scorre, che c’è un’infinita possibilità di bene in tutte le infinite possibilità. 

È questo che anche quest’anno abbiamo provato a raccontare a Caorle. Ed è per questo che, ormai da qualche anno, quando ci torniamo non abbiamo la sensazione di essere ospiti. Abbiamo la sensazione di tornare a casa.  

* * *

Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di luglio 2026 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.