La preghiera del mattino
L’Armenia non si fida più di nessuno
Il Guardian scrive:
Ā«Il partito filoeuropeo al governo in Armenia ha vinto le elezioni parlamentari, confermando la svolta del paese verso l’Europa e il suo allontanamento dal tradizionale alleato, la Russia. Il partito del primo ministro Nikol Pashinyan, Contratto Civile, ha ottenuto [la] maggioranza, mentre l’alleanza Armenia Forte, guidata dal miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, ha conquistato il 25% dei seggi in parlamentoĀ».
La vittoria del premier armeno uscente ĆØ netta, ma presenta un problema fondamentale: i 64 seggi su 105 (sette in meno rispetto all’ultimo Parlamento) che dovrebbe aver ottenuto Contratto Civile non costituiscono una maggioranza sufficiente a indire il referendum costituzionale per cambiare la Carta dell’Armenia. Per porre fine al conflitto ultradecennale con Erevan, l’Azerbaigian pretende che l’Armenia elimini in Costituzione ogni riferimento, anche implicito, al Nagorno-Karabakh, rinunciando per sempre e ingiustamente a una terra armena. Pashinyan ĆØ convinto che cedere anche su questo punto al lupo azero sia l’unica soluzione per garantire pace al paese. Non avendo, però, i numeri per procedere in questo senso, il futuro resta incerto.
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RaiNews riporta:
«Il distacco alle urne tra Pashinyan e i partiti filorussi segna una sonora sconfitta per Mosca e rappresenta un netto rifiuto dei tentativi russi di ostacolare le sue politiche filo-occidentali».
La visione di molti media ĆØ troppo semplicistica: se ĆØ vero che la popolazione vede di buon occhio l’ingresso dell’Armenia nell’Unione Europea, ĆØ molto più scettica sul distacco dalla Russia. Secondo un recente sondaggio, il 75% degli armeni vuole il paese nell’Ue, ma la ragione principale ĆØ economica, prima che politica. Allo stesso tempo, il 36% degli armeni vorrebbe che il paese si avvicinasse all’Occidente, ma mantenendo rapporti con la Russia, che vende gas all’Armenia a un prezzo irrisorio (177 dollari per mille metri cubi rispetto ai 600 dollari pagati in media dai paesi europei). Solo il 19% ĆØ favorevole a uno schieramento totale con l’Occidente. Inoltre, il 44% degli armeni appoggia il tentativo di pace con l’Azerbaigian di Pashinyan e ben il 41% lo osteggia. I numeri mostrano che gli armeni non si fidano nĆ© dei russi nĆ© degli europei, essendo stati traditi da entrambi quando la Repubblica dell’Artsakh ĆØ stata invasa nel 2020 e poi conquistata con la forza da Baku nel 2023.
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Politico ricorda le parole di esultanza di Ursula von der Leyen alla vittoria elettorale di Pashinyan:
Ā«Apprezziamo moltissimo la nostra collaborazione con un’Armenia democratica che si sta avvicinando sempre di più all’Europa. L’Armenia può contare su di noiĀ».
L’Armenia può davvero contare su un’Europa sempre assettata di gas e petrolio e sempre benevolente con l’Azerbaigian? Difficile pensare che qualcuno abbia dimenticato che nel 2022 Von der Leyen definƬ il dittatore Aliyev, persecutore in chief degli armeni, Ā«partner affidabile dell’UeĀ». Ad ogni modo Erevan non si ĆØ ancora neanche candidata a entrare nel club dei Ventisette e non ĆØ affatto detto che verrebbe accettata. Le pacche sulle spalle della Von der Leyen, come il caso dell’Ucraina dimostra, le porta via il vento.
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L’Euiss scrive in un’analisi:
Ā«Il successo [di Pashinyan] ĆØ importante perchĆ© il fallimento del processo di pace [con l’Azerbaigian] potrebbe avere gravi conseguenze: potrebbe portare a una nuova ondata di conflitto e potenzialmente all’occupazione della provincia armena di Syunik, poichĆ© l’Azerbaigian potrebbe cercare di stabilire con la forza un corridoio terrestre verso la sua exclave del Nakhchivan. Per evitare questo esito, l’Ue dovrebbe concentrarsi su tre aree. Dovrebbe insistere sul progresso verso una democrazia consolidata e solida. Pashinyan ĆØ un leader carismatico con una visione convincente per il suo paese, che l’Ue può sostenere. Il suo stile politico fortemente personalistico, tuttavia, fa sƬ che finora abbia mostrato scarso interesse nella costruzione di istituzioni solide. Abile comunicatore politico, Pashinyan ĆØ riuscito a invertire il calo di consensi non solo facendo leva sulle emozioni degli elettori, ma anche cercando di presentarsi come l’unico garante di pace e stabilitĆ , in contrapposizione a un’opposizione (“il partito della guerra a tre teste”) che porterebbe solo caos e distruzione. La regione offre numerosi esempi ammonitori su questo tipo di politica populista e polarizzante del “salvatore”Ā».
Ć molto probabile che Pashinyan sia attualmente il meno peggio che la politica armena può offrire, ma non ĆØ certo il meglio. Finora l’Azerbaigian ha approfittato della sua arrendevolezza per prendere tutto ciò che poteva senza concedere nulla e facendo ingoiare alla comunitĆ internazionale ogni tipo di crimine di guerra con generose offerte di gas e petrolio. Il premier non ha difeso nĆ© il Nagorno-Karabakh, nĆ© i detenuti politici armeni torturati nelle celle di Baku e l’appetito del lupo azero non ha fatto che aumentare. La “svolta occidentale” ĆØ promettente ed ĆØ un’idea comprensibile, ma Donald Trump non ha ancora garantito nulla di concreto. Gli attacchi violentissimi contro la Chiesa apostolica armena, inoltre, insieme all’arresto prima delle elezioni del suo principale avversario politico (i processi faranno il loro corso) non depongono a favore di Pashinyan, poco interessato a scendere a compromessi con le diverse anime della societĆ armena. Tutto si regge su un presupposto, che i rospi che il premier sta facendo ingoiare alla popolazione porteranno alla pace. Manca però un dettaglio: la pace non dipende in nulla dall’Armenia ma soltanto dall’Azerbaigian. Che cosa accadrĆ se Baku, come minaccia di fare, invaderĆ ancora una volta l’Armenia per strapparne un altro pezzo funzionale ai suoi progetti? Tutti sperano che non accada, nessuno ne ha la certezza.
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