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Caccia al fantasma Berlusconi

Di Emanuele Boffi
05 Giugno 2026
Dopo trent’anni si chiude la storia sul Caimano mafioso. E l’inchiesta del “Fatto” su Nicole Minetti finisce nel nulla. Certa sinistra non riesce a liberarsi della sua ossessione per lo spettro di Arcore
Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi (foto Ansa)
Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri (foto Ansa)

Anche da morto, Silvio Berlusconi continua a occupare la scena. Il suo spettro aleggia ancora sulle pagine dei giornali e, soprattutto, nei pensieri di una certa sinistra che, al solo sentirne pronunciare il nome, reagisce come chi vede comparire sul palco il fantasma dell’opera.

Dopo trent’anni non è facile liberarsi di un’ossessione. Per decenni il Caimano, il Cavaliere Nero, Sua Emittenza è stato rappresentato come il motore immobile generatore di ogni sciagura nazionale, dalle crisi istituzionali agli acquazzoni estivi. Del resto, come spiegare che un imprenditore, un presidente del Milan e un personaggio tanto impresentabile abbia potuto tenere in scacco il potere consolidato ed egemone dei “buoni”?

Berlusconi e ancora Berlusconi, dunque. Proprio ieri è uscito il libro di Marco Galluzzo, cronista politico del Corriere della Sera, dal titolo Berlusconi Confidential. Perché re Silvio è stato la rovina di tanti suoi avversari, ma anche la loro fortuna: basti pensare alle copie vendute, agli speciali televisivi prodotti e alle carriere costruite grazie alla sua inesauribile capacità di generare indignazione.

Cinque mesi o cinque minuti

Sempre ieri è arrivata un’altra notizia. La sesta archiviazione, dopo trent’anni di indagini, delle accuse rivolte a Marcello Dell’Utri nell’ambito dell’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi del 1993. «Mancano elementi concreti su contatti o rapporti diretti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello Dell’Utri», ha scritto la gip Patrizia Martucci.

Così, dopo milioni di pagine di giornale spese per dare spazio all’accusa e migliaia di ore di trasmissioni tv impegnate a dimostrare il teorema, si chiude l’ennesima inchiesta a carico di Berlusconi. Il fatto curioso è che l’archiviazione è stata firmata il 15 gennaio scorso, ma se ne è avuta notizia soltanto ieri. Si è domandata la figlia Marina: «Se l’esito fosse stato opposto, per leggerlo sui giornali ci sarebbero voluti cinque mesi o sarebbero bastate cinque ore, se non cinque minuti?».

Domanda retorica, risposta scontata. Il punto è che, per una certa parte della sinistra, Berlusconi non è mai stato semplicemente un avversario politico. È stato una categoria morale, perfetta per delimitare una differenza antropologica. Loro, come Umberto Eco, la sera si addormentavano leggendo Kant, lui combinando cene eleganti con la sua corte di presentatori e ballerine. Berlusconi per trent’anni è stato per la sinistra una sorta di virus permanente per cui non esiste vaccino: chiunque gli si avvicini finisce automaticamente schedato tra i contagiati.

Un romanzo di spionaggio

Prendiamo il caso di Nicole Minetti. Per settimane è stata descritta, insieme al compagno Giuseppe Cipriani, come se fosse alla guida di una filiale internazionale della Spectre di Ernst Stavro Blofeld. Una trama degna di un romanzo di Ian Fleming: Weinstein, Epstein, ranch misteriosi, sesso, droga e morti sospette. Mancava soltanto il gatto bianco sulle ginocchia.

Persino il Quirinale, imprudentemente e colpevolmente, aveva dato credito a un’inchiesta del Fatto che, sin dal principio, non convinceva. Eppure erano andati tutti a ruota: da Massimo Gramellini, che si era chiesto se fosse «il caso di darle la grazia» («Minetti è l’emblema di qualcosa che ci ricordiamo tutti»), a Sigfrido Ranucci, che si era inventato un incontro tra il ministro Nordio e Cipriani.

Eppure, ancora ieri, il Fatto rilanciava, lamentando che non fosse stata sentita la testimone principale (quella intervistata da loro), che la Procura non ha ritenuto attendibile. «Dagli accertamenti svolti risulta che i fatti riportati nelle notizie di stampa non corrispondono al vero», ha scritto Francesca Nanni, procuratrice generale presso la Corte d’Appello di Milano. Fine della storia.

Un marchio indelebile

Il problema, in fondo, è sempre quello: Berlusconi. Come aveva ben notato Salvatore Merlo sul Foglio, «graziare Minetti non significa graziare una persona. Minetti porta con sé, incollato addosso come un marchio indelebile, il richiamo al bunga bunga, a Silvio Berlusconi».

Si torna sempre lì, al vecchio demone che una certa sinistra non riesce né a dimenticare né a sostituire. Da vivo lo ha inseguito per trent’anni. Ora che non c’è più, questi ghostbusters da quattro soldi continuano a rincorrerne l’ombra.

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