Il Paese dei Normali
Davide, che non manda vocali
Davide ha quarant’anni e scrive messaggi brevi. Non manda vocali.
Dice che il vocale è una piccola invasione. Ti costringe a fermarti, ad ascoltare, a seguire il ritmo di qualcun altro.
Preferisce le parole scritte. Poche, ma leggibili.
Gli amici dicono che è antiquato. Che ormai si parla così.
Davide non discute. Risponde con una frase chiara, punto e basta.
Dice che scrivere costringe a pensare cosa vuoi dire davvero. La voce invece scappa.
In un mondo che registra tutto, lui lascia tracce leggere.
Parole che stanno dentro lo schermo senza occupare troppo spazio.
Un modo minimo di fare posto agli altri.
Puoi chamarmi?
Quando riceve un vocale lungo lo ascolta comunque, ma spesso lo trasforma mentalmente in due righe. Dice che quasi tutto quello che diciamo potrebbe stare in una frase se sapessimo dove tagliare. Non è severità. È una forma di igiene.
Per lui le parole sono come oggetti sul tavolo. Se ne metti troppi non capisci più cosa stai cercando. Così preferisce appoggiarne pochi, ma nel punto giusto.
A volte qualcuno gli scrive “puoi chiamarmi?”. Davide chiama. Non ha nulla contro la voce. Contro il tempo rubato sì.
Scrivere, dice, è un modo educato di stare nella vita degli altri. Arrivi piano, lasci una frase, poi ti fai da parte. Chi legge può entrare quando vuole. Senza fretta. Senza obbligo. Anche questo, secondo lui, è rispetto.
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