Procuratori e giudici sanzionati da Stati Uniti e Russia, paesi che ritirano l’adesione al Trattato di Roma, richieste di arresto lasciate cadere dai governi affiliati. Il 2025 sarà ricordato come l’anno orribile della Cpi. Sempre che il peggio non debba ancora venire
Il procuratore capo
della Corte penale internazionale Karim Ahmad Khan (a sinistra), condannato il 12 dicembre a 15 anni
da un tribunale di Mosca per aver chiesto l’arresto
di Vladimir Putin. Era già stato sanzionato a febbraio
da Washington (foto Ansa)
Il procuratore, due viceprocuratori e sei giudici colpiti da sanzioni deliberate dagli Stati Uniti attraverso un executive order del presidente Trump per aver emesso mandati di arresto a carico del premier israeliano Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Ben Gvir; lo stesso procuratore e otto giudici condannati in contumacia a pene fra i 3 e i 15 anni di carcere da un tribunale di Mosca per aver emesso ordini di arresto contro Vladimir Putin, il suo commissario per i Diritti dell’infanzia, un ministro della Difesa e vertici militari russi; altri cinque paesi (Burkina Faso, Mali, Niger, Ungheria e Venezuela) che si ritirano dal Trattato di Roma, facendo scendere a 121 su 193 gli Stati nel mondo che vi aderiscono; paesi firmatari come l’Italia e l’Ungheria (prima del voto del parlamento del maggio scorso che ha deciso l’abbandono), la Mongolia e il Tagikistan, che non eseguono le richieste di arresto dell’ufficio del procuratore.
Il 2025 sarà ricordato come l’annus horr...
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