Le opere eleganti e terribili di Veit Harlan viste con il senno di poi. E dei suoi incolpevoli discendenti
Un fotogramma tratto dall’antisemita Süss l’ebreo di Veit Harlan, uscito nel 1940 sotto il regime nazista
Le mie lunghe, notturne peregrinazioni in rete post Heimat (quella serie tv pazzesca e dolorosissima con cui Edgar Reitz racconta la Germania dagli anni Venti al Duemila circa, ne ho scritto su Tempi di ottobre) mi hanno portato sulla rotta di un personaggio che un po’ conoscevo ma molto meno della celebrata, geniale, controversa Leni Riefenstahl, faro del cinema nazista e grande documentarista negli anni del Dopoguerra. Si tratta di Veit Harlan, regista di indubbie doti e di rara spregiudicatezza, se è vero che riuscì fino al 1945 a farsi produrre film da Joseph Goebbels per milioni di marchi.
Come la Riefenstahl, Harlan fu assolto in un doppio processo che lo vedeva alla sbarra con altri fiancheggiatori del regime. Il caso fu clamoroso nel cosiddetto periodo della denazificazione della Germania che con fatica provava a risorgere, cambiata, dalle proprie ceneri. Harlan, che continuò a girare film ben oltre Goebbels e compagnia, fino praticamente alla propria morte avvenuta negli anni ...
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