Rosario Livatino, il martire incompreso da comunisti e radicali
La retorica del buonisticamente corretto spesso strumentalizza, ad uso e consumo di una parte politica contro un’altra, alcuni passi del Vangelo. Un esempio di ciò si ha con la pericolosa associazione concettuale tra il porgere la guancia altra, di cristologica memoria, e le utopie geopolitiche dei cosiddetti cattocomunisti. Questi, infatti, pretendono ideologici tagli nelle attrezzature di difesa militare, e vagheggiano l’abolizione degli eserciti per sostituirli con (non meglio precisati) corpi civili nonviolenti. Si tratta di anti-bibliche ed anti-sociali assurdità che, ove seguite anche solo come ispirazioni di massima, danneggerebbero la sicurezza di nazioni e continenti, mettendo a repentaglio le vite umane nei casi d’aggressione. E purtroppo le aggressioni tra Stati, o tra faide e nuclei armati contro le popolazioni, sono reali, non utopiche.
Un’altra fallacia eclatante si ha nella confusa connessione tra la dottrina cattolica del perdono e la poco lucida idea di abolire il regime del 41-bis, che l’ordinamento penitenziario riserva soltanto a mafiosi e terroristi. Mafie e terrorismi sono mali che, attraverso la subcultura dell’odio, insidiano il calcagno del nostro civile vivere consociato.
L’associazione Nessuno tocchi Caino, membro costitutivo del Partito Radicale Transnazionale, ma anche il programma di estrema sinistra con cui il movimento Potere al Popolo! si è presentato alle elezioni politiche nel 2018, hanno proposto – rispettivamente – l’abolizione ed il superamento del 41-bis. Con questi temi, i suddetti ambienti politici hanno attratto chi confonde ancora il santo Vangelo con Le ragioni della nonviolenza di Aldo Capitini, o con Il capitale di Karl Marx.
«Piccio’, che vi ho fatto?»
Sui pori aperti della contemporaneità, è invece possibile constatare che la fiamma della santità ha scaldato i passi di un uomo chiamato Rosario Livatino, che nacque il 3 ottobre 1952. Egli, servendo lo Stato e la comunità nazionale, si è battuto cristianamente contro il terrore della violenza mafiosa senza mai invocare ideologie new age. Quella stessa violenza, con vile metodo terroristico, lo ha martirizzato, uccidendolo sulla strada tra la sua natìa Canicattì e Agrigento il 21 settembre 1990, all’età di 38 anni. Livatino, magistrato italiano e fedele della Chiesa cattolica, nel 2021 è stato proclamato beato: in quanto martire della giustizia e della fede.
I suoi aguzzini lo denigravano con il termine “santocchio”. Quell’omicidio mafioso è stato consumato in odio alla fede, con l’intento d’annientare il suo paradigma di legalità missionaria, reso ancor più irremovibile dalla resilienza nella fede in Cristo.
La maturità inscindibilmente civica e teologale del suo foro interiore condiviso è sintetizzabile nelle sue ultime parole. Rivolgendosi a coloro che gli stavano per infliggere il colpo letale, subito dopo esplosogli sul viso, ha chiesto: «Piccio’, che vi ho fatto?». Ha porto la guancia altra, abitando il momento più estremo del suo tempo terreno con dignità e fede cristiana, senza rinunciare a tenere vivo lo strumento del dialogo di fronte ai suoi carnefici.
Dall’omicidio al movimento antimafia
Come un’eco discepola dei sospiri maestri emessi circa duemila anni prima da Gesù sulla croce, la voce mite del giudice morente ha continuato a vivere in un forte movimento culturale antimafia, che di lì a poco avrebbe animato ardentemente l’opinione pubblica. Il suo impegno retto e coerente è un esempio per chi opera nelle istituzioni. Il suo pensiero, volto a conciliare la formalità dell’ordine normativo con la sostanza della spiritualità cattolica, oggi più di ieri, può e deve lanciare stimoli, capaci di aprire punti interrogativi tra le meste sbarre esclamative del neogiacobinismo laicista. Quest’ultimo, sulla scorta di un estremo relativismo solipsista, vorrebbe strappare dalla socialità pubblica ogni tipo di trascendenza, per esiliare la sfera del sacro – snaturandola – nel recinto del mero sentimentalismo ad personam.
Durante una conferenza tenutasi nel 1986 a Canicattì, all’interno del salone delle suore vocazioniste, Livatino ha contribuito a sciogliere alcuni asfissianti confini, che spesso l’ermeneutica e la cultura mainstream tracciano tra la dimensione della fede e quella del diritto. Nel suo intendimento, infatti, la giustizia era concepita e sperimentata come una forma di dedizione a Dio. Erano gli anni delle meditazioni sulle modifiche apportate nel 1983 al codice di diritto canonico, sotto il papato di Giovanni Paolo II.
La giustizia missionaria
In una società divisa sui compartimenti stagni del sapere, la saggezza euristica e l’unità gnoseologica della realtà sperimentano il loro crepuscolo, pur nell’attiva attesa di risorgere. Dinanzi alle radici giudaico-cristiane della civiltà europea, appare artefatto l’attuale isolamento (a rime obbligate) in cui viene relegata la teologia, rispetto a tutte le altre scienze, comprese quelle giuridiche e politologiche. Ciò accade, da oltre trent’anni, nelle burocrazie più tecnocratizzate: in antitesi alla conciliabilità tra carità cristiana e normatività, su cui invece Rosario Livatino sperava.
Nella sua operosa vita il giudice di Canicattì ha esercitato una giustizia missionaria, mai burocratica, ponendo nel baricentro della sua identità vocata a Cristo tutto il suo dovere istituzionale, nonché tutto il suo senso dello Stato di diritto, contro le ingiustizie delle mafie.
Fede e ragione del beato Livatino
Lo spessore del beato Livatino è dimostrato dai suoi frutti, i quali, scaturiti dallo stesso seme vocazionale, sono maturati contemporaneamente su due terreni distinguibili: quello della magistratura d’Italia e quello della apostolica Ecclesia. Il suo equilibrio tra incorruttibile applicazione delle sanzioni penali, in nome del popolo italiano, e invocazione incessante della protezione divina nel proprio agire giudiziario, purtroppo, risulta spesso incompreso. Sono ancora molti a snobbare il movente cristiano insito nelle altrui scelte professionali.
L’azione di Livatino si caratterizzava per l’integrità nella umile terzietà del giudizio umano, e per la feconda fiducia nella presenza onnipotente di Dio. Gli atti d’amore, impressi nella sua testimonianza di vita, non parlano il linguaggio delle ideologie o delle post-ideologie: non sono comunisti antiborghesi, né radicali impunitivisti.
Nel rigore dei codici e delle leggi speciali, come nella caritatevole lucidità d’azione, egli si è lasciato condurre dalla Parola incarnata nel Cristo vivente. Al carisma di una tale compostezza, nonché alla capacità di unire fede e ragione al servizio inabortibile della verità, dovrebbero ispirarsi coloro che manipolano il messaggio evangelico, piegandolo ad altri – e meno alti – fini.
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