Il Deserto dei Tartari
Stati Uniti d’Europa ed Esercito europeo non sono due buone idee
Il mio amico Robi Ronza sostiene che fra le conseguenze virtuose degli Stati Uniti d’Europa ci sarebbe la riattivazione dei rapporti fra regioni adiacenti oggi appartenenti a stati diversi e centralizzati che hanno reso difficoltosa la naturale integrazione prefigurata dalla geografia e da affinità antropologiche: la Francia meridionale ritornerebbe a privilegiare gli scambi con l’Italia nord-occidentale, il mondo germanofono si disarticolerebbe nelle sue tre componenti – renana, “prussiana” e bavarese – e quest’ultima alimenterebbe rapporti preferenziali con l’Italia nord-orientale, eccetera.
La prospettiva è suggestiva, ma io resto molto scettico. Temo che negli Stati Uniti d’Europa – dei quali l’Esercito europeo (scriviamolo con la maiuscola un po’ per ironia e un po’ per avvertire dell’importanza estrema della cosa) sarebbe la prima istituzione compiuta dalla quale gemmano le altre, comprese quelle che all’esercito devono impartire gli ordini – gli interessi nazionali italiani sarebbero penalizzati e compressi a vantaggio di quelli di altri Stati dell’Unione e del ceto burocratico e tecnocratico di Bruxelles, cioè dei 22 mila impiegati e dirigenti che attualmente danno forma alle politiche comunitarie.
I soldati italiani non sono più italiani
Quali dolorose condizioni in materia di politiche fiscali e sociali la Germania e i “paesi frugali” (Austria, Olanda, Danimarca, Finlandia e Svezia) imporrebbero all’Italia per accettare di mutualizzare, cioè di condividere, il nostro debito pubblico? Quali limitazioni al raggio d’azione della nostra politica di cooperazione ma anche di potenza regionale nel Mediterraneo, nell’Africa settentrionale e nel Vicino e Medio Oriente ci imporrebbe la Francia, che ci ha sempre considerati dei concorrenti nelle aree suddette, in cambio della protezione del suo ombrello atomico che prenderebbe il posto di quello americano?
Non riesco a vedere vantaggi in questo genere di scambi. Non riesco a comprendere l’entusiasmo di chi vorrebbe rinunciare alla sovranità sulla nostra politica economica, sulla nostra sanità, sul nostro sistema scolastico, sulla nostra agricoltura, sulle nostre forze armate… Esercito europeo vuol dire che i militari italiani non sono più italiani, ma sono agli ordini di una capo di Stato maggiore francese (o spagnolo, o polacco) che dipende da un capo di governo tedesco (o olandese, o belga) il cui esecutivo decide di mandarli in Ucraina, dopo aver messo in minoranza il componente italiano del governo paneuropeo che non era d’accordo (come oggi non sono d’accordo la premier italiana Giorgia Meloni e la grande maggioranza degli italiani).

Si diventa ciò che si odia
Ma, dicono, “in un mondo di giganti dalle mire espansioniste e aggressive l’Europa resterà schiacciata se non si unisce”.
Intanto bisogna subito chiarire che un superstato europeo, una volta creato, non sarebbe più la terra del diritto e della pace, della cooperazione internazionale e del multilateralismo che l’Unione Europea si è vantata di essere negli ultimi trent’anni. Vestendo i panni della superpotenza comincerebbe a ragionare e ad agire come le superpotenze i cui modi e i cui atti oggi tanto ci inorridiscono: Stati Uniti, Federazione Russa, Cina. Presto si scoprirebbe che ha ragione chi cita un noto proverbio orientale: si diventa ciò che si odia.
In secondo luogo, va attirata l’attenzione sul fatto che Cina, Russia e Stati Uniti sono molto più omogenei e molto meno diversificati al loro interno di quanto lo sarebbero gli auspicati Stati Uniti d’Europa: hanno avuto più tempo (più di duemila anni la Cina, mille la Russia, duecentocinquanta gli Usa) per integrarsi e compattarsi. Per ottenere la stessa coesione l’Europa dovrebbe ricorrere a una spietata centralizzazione (mentre già gli europei mostrano insofferenza per la lunga serie di uniformità che l’Unione Europea ha loro imposto) imperniata sulla tecnoburocrazia sopra citata, oppure accettare di diventare una grande Germania o una grande Francia, cioè permettere, come è successo in tutti gli imperi, che un popolo conti più degli altri, che l’unità si faccia attorno a una nazione.
In terzo luogo, la Federazione o Confederazione europea ha molte poche probabilità di vedere la luce perché gli altri soggetti della scena internazionale ne contrasteranno la nascita – anzi: già la stanno contrastando. Certamente non vogliono un superstato europeo né la Russia, né gli Stati Uniti, che sono avvantaggiati nel rapporto di forza ai tavoli negoziali se dall’altra parte ci sono i singoli Stati europei e non un’entità politica unica.
La Gran Bretagna non si è riavvicinata
Ma se osservate con attenzione la scena vi accorgete che anche Londra non è affatto favorevole al salto di qualità della Ue e all’Esercito europeo: il governo di Keir Starmer ha promosso prima una serie di iniziative franco-britanniche e poi una “coalizione dei volonterosi” che spazia ben oltre l’Unione Europea (ne farebbero parte anche Australia, Canada, Nuova Zelanda, Turchia e Ucraina, oltre al Regno Unito).
Chi scrive di un riavvicinamento della Gran Bretagna alla Ue fa ridere. Londra sta interpretando per l’ennesima volta il suo storico ruolo di attore antiegemonico sulla scena del continente europeo, e lo fa su tre piani contemporaneamente: agisce per prevenire un’ipotetica egemonia russa, ma anche una potenziale supremazia tedesca e l’eventuale nascita degli Stati Uniti d’Europa. Qualunque sia la forma nella quale può avvenire l’unità politico-militare dell’Europa, l’interesse anglosassone è che tale unificazione non abbia luogo. Per molto tempo Londra ha condotto questa politica nell’interesse del marittimo impero britannico, poi come socio di minoranza del mondo anglosassone dominato dagli americani, succeduti agli inglesi nel dominio degli oceani.
Oggi si registra, per la prima volta nella storia, un contrasto di visioni strategiche fra britannici e americani. Mentre i primi restano fedeli alla politica di impedire l’integrazione politico-economica della massa euroasiatica isolando la Russia e impedendo alla Germania di diventare l’attore protagonista di un tale processo di integrazione, gli Stati Uniti di Trump se ne escono con una dottrina inedita: impedire la saldatura fra Russia ed Europa facendo della Russia un partner privilegiato degli Usa a discapito dell’Europa. L’Europa passerà i prossimi decenni a ringhiare in faccia alla Russia, a sua volta intenta a mostrare le zanne. Nel frattempo Washington farà affari di ogni tipo – non solo economico-commerciali, ma squisitamente geopolitici in Medio Oriente e altrove – con Mosca. Dugin e gli altri eurasiatisti possono andare in pensione.

Mantenere la giusta distanza
A ulteriore confutazione delle aspirazioni dei federalisti europei va citata l’iniziativa di Ursula von der Leyen per un piano di riarmo europeo da 800 miliardi di euro: come tutti hanno notato, la spesa prevista andrà a rafforzare le difese dei singoli Stati membri della Ue e renderà più economici acquisti collettivi di armamenti, non mirerà a creare un esercito europeo. Di fatto questa iniziativa facilita e alleggerisce il peso della già prevista spesa militare tedesca, sottraendola ai vincoli del Patto di stabilità e imponendo anche agli altri paesi di indebitarsi in proporzione (così lo spread dei titoli tedeschi rispetto a quello degli altri paesi resta invariato).
Serve altro per dimostrare che solo in Italia si può far credere all’opinione pubblica che l’integrazione europea è a portata di mano, è interamente benefica e tutti stanno lavorando perché si realizzi? Che l’Esercito europeo è un obiettivo per cui battersi, come vorrebbero il Partito democratico e altre formazioni politiche di centrosinistra e di centrodestra? A tutti costoro sono destinate le obiezioni sopra esposte.
In realtà la Federazione europea e l’Esercito europeo sono idealtipi, cioè costruzioni teoriche che non hanno nessuna possibilità di tradursi in realtà, ma che orientano e indirizzano i processi di parziale integrazione possibili. Non li indirizzano a nostro vantaggio.
La cosa migliore per l’Italia e per il suo interesse nazionale è l’attuale ambiguità strategica, che consiste nel tenersi in equilibrio fra la partecipazione all’Unione Europea e l’alleanza con gli Stati Uniti. Senza abbandonare né l’una né gli altri, senza fondersi né con l’una né con gli altri. Come nell’apologo di Schopenhauer ripreso da Sigmund Freud: se nella fredda notte invernale i porcospini stanno troppo lontani fra loro, muoiono di freddo; se stanno troppo vicini, si feriscono a morte coi loro aculei. La salvezza sta nella giusta distanza.
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2 commenti
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Se, in sintesi, viviamo “un cambiamento d’epoca” caratterizzato “da una guerra mondiale a pezzi” (®Papa) mi pare che accanto alle osservazioni dell’articolo, in buona parte condivisibili, resti comunque da affrontare la questione della forza militare disponibile (struttura, adeguatezza, alleanze, ecc. ecc.) all’Italia, alla Nato, poi forse anche all’Unione Europea (preferisco chiamarla col suo nome per non dimenticarne le competenze). Lavoro di non poco conto; si tratta di maneggiare il porcospino, ahimè, ma mi pare inevitabile. Grazie
Condivido in pieno il contenuto dell’articolo.
Un conto e’ teorizzare soluzioni ideali altra cosa affrontare la realta’ e trovare la
Soluzione migliore, in alcuni casi potrebbe essere semplicemente la meno peggio,
sempre tenendo presente il bene comune. Questa è Politica