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La preghiera del mattino di Lodovico Festa

La bislacca idea che bastasse l’economia per portare i paesi balcanici in Europa

Di Lodovico Festa
27 Gennaio 2025
L’ingenuo “stupore” per quel che avviene in Romania o in Serbia, le ragioni delle forti influenze esercitate da Mosca e Pechino in questa regione, il ruolo della Chiesa ortodossa. Rassegna ragionata dal web
Manifestazione a Bucarest a sostegno di Călin Georgescu, vincitore delle primo turno delle elezioni presidenziali in Romania poi annullate per accuse di “interferenze straniere”, 24 gennaio 2025
Manifestazione a Bucarest a sostegno di Călin Georgescu, vincitore delle primo turno delle elezioni presidenziali in Romania poi annullate per accuse di “interferenze straniere”, 24 gennaio 2025 (foto Ansa)

Su lavoce.info Matteo Ferrazzi e Debora Revoltella scrivono: «I membri Ue dell’Europa centro-orientale hanno svolto un ruolo particolarmente dinamico negli ultimi vent’anni, diventando dapprima il braccio manifatturiero dell’Ue e attirando grandi quantità di investimenti diretti esteri (Ide), convergendo gradualmente verso i redditi medi dell’Unione. L’area si è poi evoluta verso produzioni a maggior valore aggiunto e verso il settore dei servizi. È stata certamente una storia di successo dal punto di vista economico. Tuttavia, più di recente, il processo di convergenza ha perso slancio, soprattutto a causa di fattori strutturali più che ciclici. Due terzi della convergenza del Pil pro-capite sono stati raggiunti nel primo decennio dopo l’adesione all’Ue e solo un terzo nell’ultimo decennio. Gli afflussi di Ide, pari al 5,2 per cento del Pil negli anni Duemila, sono rallentati nel decennio successivo alla crisi finanziaria globale (2,4 per cento del Pil in media)».

L’idea che bastasse l’economia per integrare nell’Unione Europea nazioni come quelle balcaniche poteva venire in mente solo a un’istituzione al fondo buro-tecnocratica e a una diarchia franco-tedesca dominata dall’idea che la politica fosse ormai una cosa superata (così secondo il consociativismo merkelliano, e così secondo l’arroganza macroniana del “non esiste più una sinistra e una destra”) e servita da personalità mediocri come quella di Romano Prodi.

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Su Linkiesta Simone Bettazzo scrive: «In Europa centro-orientale, la Romania è stata finora considerata un’eccezione. A differenza di quasi tutti gli altri Stati Ue della regione – Ungheria, Polonia, Cechia, Slovacchia, Slovenia e Croazia – Bucarest era sembrata relativamente immune all’ondata di illiberalismo che ha spazzato, con varie intensità, l’Europa post-comunista. Il risultato del primo turno delle elezioni presidenziali della scorsa settimana suggerisce che questo stato d’eccezione potrebbe presto finire. Non soltanto il candidato più votato è stato il nazionalista filoputiniano Călin Georgescu (22,3 per cento dei voti), ma George Simion, leader di Aur (Alleanza per l’unione dei romeni, Alianța pentru Unirea Românilor in romeno), formazione di estrema destra, ha ottenuto il 13,9 per cento».

Ora tutti si “stupiscono” per quel che avviene in Romania, in Bulgaria o in Serbia. Eppure già trenta anni fa con il suo Clash of Civilizations Samuel P. Huntington aveva avvertito che venendo meno l’”ordine” di Yalta, avrebbe contato sempre di più il fattore religioso nella ricerca di senso e identità dei popoli. 

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Sul sito dell’International Institute for Strategic Studies si scrive: «The shift to a multipolar world order and the challenge posed by rivals to the West like Russia and China raise concerns that the region could become an arena of geopolitical competition. Moscow has cultivated ties with local players such as Serbia, Rs, and certain parties, politicians and nationalist activists in Montenegro and North Macedonia in a bid to block Nato and Eu enlargement. These efforts have proven ineffective in that Montenegro and North Macedonia have joined the Alliance while the Eu has reinvigorated its accession policy. President Vučić has not joined Western sanctions against Russia but has not sided fully with Russia either in order to gain support from the Eu and Us. Russia’s war in Ukraine has also limited the resources Russia can dedicate to the region.
At the same time, however, opinion polls in Serbia and elsewhere suggest that Moscow’s anti-Western messages resonate with local audiences due to negative memories of Nato intervention in the 1990s. Waging information warfare in the Balkans is therefore relatively easy, not least because local media and opinion makers are often ideologically aligned with the Kremlin. In addition, over 300,000 Russians have migrated to Serbia since February 2022, strengthening economic ties between the countries, even though many Serbians are opposed to Russia’s invasion of Ukraine.
China is likewise influential in the region, particularly in Serbia, thanks to its loan diplomacy in the context of the Belt and Road Initiative (Bri) and foreign direct investment. Beijing’s cumulative stock of preferential loans and investment in Serbia is estimated at over US$11bn.10 Unlike Russia, China does not take strong positions on regional security issues and therefore is acceptable to a wider array of parties. However, the Bri has not delivered a significant amount of funds to countries other than Serbia in the region. At the moment, Chinese contractors tend to bid for infrastructure projects financed by the Eu. Pushback from the Us on issues such as 5G technology has limited the room for manoeuvre for Beijing as well».

Naturalmente nell’orientamento dei paesi balcanici conta molto anche l’iniziativa economica di Pechino e quella militare di Mosca.

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Sul sito di Grid-Arendal si scrive: «The west Balkans and the Black Sea region are characterized by numerous common risks and challenges, including fragile statehood, a shared history of violent conflict, unconsolidated democratization and economic underdevelopment». 

Ma nel ragionare sui Balcani non si deve mai dimenticare la presenza della Chiesa ortodossa che, pur con tutte le sue divisioni, lega popoli ricchi di storia al loro passato bizantino e alla resistenza alla dominazione islamica. L’idea di un’Europa che non vuole fare i conti con le sue radici greco-giudaico-cristiane integrate dall’Illuminismo e vuole operare essenzialmente sulla base di un astratto razionalismo giuridico, da cui deriva tutti i vari “diritti” ingegneristicamente invece che storico-eticamente definiti, alla fine non può che disorientare popolazioni ben radicate nelle loro tradizioni, nonostante tutte le avventure passate durante la guerra civile europea (1914-1991).

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