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Ilva senza uscita

Di Alberto Mingardi
20 Febbraio 2024
Si può produrre acciaio in Italia o no? L’onere perpetuo di un paese che ha fatto di tutto per non porsi l’unica domanda decisiva su Taranto
Ilva
Un operaio di Acciaierie d'Italia (ex Ilva) durante una protesta a ottobre 2023 (foto Ansa)

Non c’è pace per Taranto. ArcelorMittal, l’azionista privato dell’ex Ilva, si è sfilato, non partecipando all’aumento di capitale dell’azienda. La conseguenza, ovvia, è la ripubblicizzazione dell’acciaieria. Per molti versi non c’era altro esito immaginabile. La cronicizzazione del problema Ilva, però, non è certo una buona notizia per i contribuenti.

Lo stabilimento di Taranto nasce negli anni Sessanta con lo stesso spirito di molte iniziative di “politica industriale”: l’obiettivo principale, più che sortire da una domanda precisa, è industrializzare il Sud. La Finsider è di proprietà dell’Iri ed entra in crisi già negli anni Settanta. La privatizzazione risale a vent’anni dopo, ai tempi del governo Dini. Ad acquistarla è il più importante gruppo privato italiano, quello di Emilio Riva, che in alcuni anni e a prezzo di grandi fatiche riesce a risanare l’azienda.

I Riva però ereditano anche una lunga storia di produzioni fortemente inquinanti, alle quali viene ricondotto un aumento di diagnosi di tumori nella città di Taranto. La storia tristissima della morte di un bambino di cinque anni malato di leucemia accresce, come inevitabile, l’emotività e la rabbia contro lo stabilimento. Nell’opinione pubblica, a dispetto della cautela degli esperti, prevale l’idea di un nesso indiscutibile fra emissioni dell’impresa siderurgica e tumori.

Per questo, quando i Riva vengono decapitati per via giudiziaria e l’azienda viene loro sostanzialmente espropriata, sono in molti a festeggiare. Che gli azionisti privati siano stati a Taranto per meno di vent’anni, e lo Stato per tutto il resto del tempo, e che non è che i primi inquinassero mentre il secondo no, è un dettaglio che si dimentica facilmente.

Lo sbarco di ArcelorMittal

Comincia in quel momento un gioco complicato. Senza ammetterlo esplicitamente, la politica comprende che lo Stato non sa fare l’acciaio, e cerca dunque un azionista privato che possa governare Ilva e magari portarla a fare profitto. Nello stesso tempo non può sottrarsi dal metterci risorse: un po’ perché la continuità dell’azienda va garantita, un po’ perché così potrà operare quale azionista per tutelare l’occupazione, un po’ perché la vicenda dei Riva non invoglia certo altri a seguirne le orme e quindi avere la Repubblica italiana come socio dovrebbe rappresentare una garanzia.

C’è il problema di ridurre gli impatti sull’ambiente, che in parte riguarda la regolamentazione, ma siccome non c’è transizione che avvenga istantaneamente bisogna anche tutelare i nuovi proprietari dalla possibilità di essere perseguiti per reati che sono la conseguenza del comportamento dei loro predecessori. Il ministro Carlo Calenda si inventa uno scudo penale per gli amministratori, che fa parte della gara vinta da ArcelorMittal sulla base di un’offerta che sbaraglia quelle alternative, sia sotto il profilo dell’offerta economica sia sotto quello degli impegni su investimenti e occupazione.

Ilva proteste
Lo scorso 29 gennaio a Taranto operai, sindacati e imprenditori hanno partecipato a una manifestazione unitaria per sollecitare il governo ad adottare iniziative urgenti per scongiurare la chiusura dell’ex Ilva (foto Ansa)

Niente soldi né piani per l’ex Ilva

Con il governo giallorosso cade lo scudo, per trattenere Mittal bisogna compensare accrescendo la quota di capitale in mani pubbliche (attraverso Invitalia, l’eterno asso nella manica dei governi Conte), ma siamo già su un piano inclinato. Gli indiani hanno costruito, in India, il più grande impianto siderurgico al mondo, sono attivi su più mercati, in un clima di così pesante incertezza Taranto per loro comincia a diventare un gioco che non vale la candela. Tolti loro, in condizione d’emergenza, non c’è che lo Stato. Del quale possiamo pure dire che sarebbe auspicabile che a un certo punto come è entrato uscisse. Solo che questo non avverrà né presto né in modo indolore.

A Taranto si fa acciaio da ciclo integrale, cioè quello prodotto utilizzando minerale ferroso all’interno di forni alimentati a carbone, perché solo così si può arrivare alle altissime temperature necessarie. Spingere Taranto verso la tecnologia alternativa, quella del forno ad arco elettrico che va alimentato usando rottami, o inseguire sogni di tecnologie avveniristiche come l’idrogeno, richiede investimenti colossali e un piano industriale. Lo Stato non ha i soldi per finanziare gli uni – né è chiaro perché dovrebbe sostenere uno specifico impianto – e con l’azionista privato va perduto anche il secondo.

Ilva. Il peso di politica e magistratura

Che accadrebbe senza l’Ilva? Oggi a spingere per la produzione tricolore è l’industria metalmeccanica, che pensa che l’acciaio nazionale costi di meno. In un mondo globalizzato, non importa “dove” una cosa viene realizzata, se la si può spostare altrove a condizioni economiche. Al di là della retorica che oggi va per la maggiore, l’autosufficienza non conviene a nessuno e prelude a un triste ridimensionamento delle aspettative di tutti.

Urso Ilva
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso durante il tavolo sull’ex Ilva, lo scorso 19 Gennaio (foto Ansa)

Se in Italia si possa produrre acciaio o no è una domanda alla quale può rispondere, giorno dopo giorno, soltanto l’economia di mercato. Dipende dalle condizioni, che vuol dire anche dai costi dell’energia, dalle regolamentazioni ambientali, dalla disponibilità della popolazione di sopportare i disagi che qualsiasi impianto come quello di Taranto comporta, nell’ipotesi siano compensati da benefici. L’incertezza normativa e la capricciosità della giustizia sono un disincentivo forte a qualsiasi produzione e la vicenda Ilva non è certo stata utile ad attrarre investimenti. La vera zavorra dell’ex Ilva non è data (solo) dal costo economico e ambientale del produrre acciaio in Italia, ma da una politica che vorrebbe preservare l’occupazione senza però produrre e inquinare, e da una magistratura che non si preoccupa delle conseguenze delle proprie azioni (inclusi i sequestri preventivi effettuati sull’area a caldo, da cui deriva tutto quello che ne è seguito).

Su Taranto il governo non ha scelta ma, se non cambiano le condizioni di contorno e se non cerca immediatamente nuovi partner industriali, non ne avrà neanche in futuro. E alle tante spese che gravano sulle sue spalle il contribuente dovrà aggiungere quelle per un impianto che, in assenza delle condizioni necessarie, lo Stato può mantenere in vita ma non rendere profittevole.

Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di febbraio 2024 di Tempi. Abbonati per sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

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