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«L’intesa Meloni-industriali si misurerà sulla sfida decennale della produttività»

Di Peppe Rinaldi
10 Luglio 2023
L’economista Signorelli dopo il “debutto” della premier ad Assolombarda: «Bene la sintonia su regole Ue, cuneo fiscale, inflazione, Pnrr. Ma il punto resta far crescere i salari reali»
L’intervento di Giorgia Meloni all’assemblea generale di Assolombarda a Milano, 3 luglio 2023 (foto Ansa)

Governo e imprese sono in luna di miele? Non proprio, anche se l’aria respirata all’indomani del convegno di Assolombarda tenutosi nei giorni scorsi, dove il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha “debuttato” trovandosi, oggi, dall’altra parte della scrivania, lascia intravvedere la possibilità che i due fronti possano intendersi meglio. Diversi i commentatori che hanno sottolineato questa circostanza. Restano, però, le questioni concrete, al di là delle dinamiche di relazione tra i protagonisti della vita pubblica del paese: inflazione, costo del lavoro, fiscalità, Patto di stabilità, Mes e, in particolare, il “new green deal”, la famosa transizione ecologica che inizia ad allarmare non poco man mano che si avvicina.

Tempi ha scambiato due chiacchiere col professor Marcello Signorelli, direttore del dipartimento di Economia, ordinario di Politica economica all’Università di Perugia.

Secondo alcuni osservatori tra industriali e governo Meloni ci sarebbe una sorta di idem sentire, almeno in questa fase, su diversi temi, tra cui la transizione ecologica cosiddetta, a causa della quale si paventa un rischio di deindustrializzazione del paese. Anche lei pensa la stessa cosa sui “nuovi” rapporti tra esecutivo e mondo produttivo? E la transizione comporta davvero questi rischi?

La transizione ecologica è un percorso ineludibile da portare avanti su scala globale; il contesto europeo ha sensibilità e processi in atto più ambiziosi che sono positivi, ma vanno valutati attentamente quanto a tempistica effettiva e implicazioni negative su alcuni comparti industriali. È necessario che la transizione ecologica sia accompagnata da una politica industriale europea e nazionale ben strutturata e lungimirante; altrimenti il processo, se non ben governato, potrebbe effettivamente portare a una accelerazione del declino economico del Vecchio Continente a favore dei paesi emergenti, Cina e India in primis.

La sensazione è che i rapporti tra il presidente del Consiglio e gli industriali lombardi siano segnati da reciproca, prudente fiducia. Cosa potrebbe, invece, comprometterli seriamente quando saremo in autunno, periodo cruciale per qualsiasi governo?

Gli industriali (non solo Confindustria) seguono da sempre un approccio pragmatico che potremmo definire “governativo” quasi a prescindere dal tipo di governo; poi siamo in una fase di stabilità politico-governativa che accentua tale approccio. Non mi aspetto in autunno grandi contrasti con il mondo delle imprese, anche se l’attuale governo ha già percepito chiaramente i limiti di bilancio che impediscono di mantenere diverse promesse elettorali (e, almeno in qualche caso come quello delle pensioni, questo è pure un bene). La stessa “riforma fiscale” dovrà essere più graduale e meno ambiziosa di quanto immaginato un anno fa.

Come sempre gli industriali italiani lamentano l’eccessivo carico fiscale del lavoro e chiedono un forte abbattimento del cosiddetto cuneo. Un generico impegno governativo sembra esserci, ma quanto potrà realisticamente fare l’esecutivo senza compromettere sia i rapporti con il ceto produttivo sia quelli con i lavoratori stessi?

Certamente la tassazione sul lavoro va ulteriormente ridotta come pure vanno definiti nuovi incentivi agli investimenti produttivi delle imprese. Sono convinto che il governo attuale si muoverà anche in tali direzioni. Ma il vero nodo strutturale dell’economia italiana resta la drammatica dinamica stagnante (talvolta decrescente) della produttività media. È su questo che il governo dovrebbe porre la propria attenzione in termini di politiche per l’innovazione, la ricerca, il capitale umano, le infrastrutture pubbliche (incluse manutenzioni e ristrutturazioni); senza una produttività che, dopo decenni, torni a crescere, diviene impossibile avere un’adeguata dinamica dei salari reali, vero traino della domanda interna. Peraltro, il nuovo contesto inflazionistico sta accrescendo le difficoltà delle famiglie più povere e con redditi fissi, mentre, dall’altro lato, alcuni comparti – soprattutto quello dei servizi – stanno avendo profitti significativi che, indirettamente, concorrono al protrarsi della persistenza inflazionistica in un contesto di prezzi dell’energia che sono fortemente diminuiti.

Secondo lei hanno ragione quanti pensano e dicono che Meloni sta tirando per le lunghe sulla ratifica del Mes non solo per equilibri politici interni, ma soprattutto perché immagina di strappare condizioni di maggior interesse nazionale per il Patto di stabilità? È una tattica che pagherà o c’è un rischio di stallo per il nostro sistema?

I contenuti di dettaglio delle nuove regole europee sui conti pubblici (Patto di stabilità e crescita) sono indubbiamente una partita cruciale che il governo fa bene a giocare al meglio del possibile nell’interlocuzione con le istituzioni europee, pur senza mai arrivare alla rottura. Da tali regole dipenderà molto dei margini di flessibilità “ciclica e strutturale” sulla politica di bilancio nazionale dei prossimi anni; in particolare, la fase inflazionistica – che crea maggiore povertà e produce tanti danni a risparmiatori e consumatori – rende oggi più agevole una dinamica decrescente del rapporto tra debito pubblico e Pil, ma il percorso sarà meno facile con una inflazione ridimensionata nei prossimi anni. Il Fondo Salva Stati Mes, nato circa dieci anni fa, ora non è così cruciale in tal senso, visto che la Banca centrale europea si è riappropriata di quasi tutti gli strumenti (lo “scudo anti-spread” di un anno fa è un avanzamento significativo) di tutte le banche centrali in giro per il mondo, nonostante statuto e trattati non siano stati modificati. Peraltro la riforma del Mes include anche un intervento possibile per il settore bancario e, nonostante personalmente io abbia sempre avuto perplessità rilevanti sul Mes, credo che oramai la ratifica da parte dell’Italia (ultimo paese Ue) sia inevitabile.

Partita Pnrr: al punto in cui è l’intera questione, lei cosa ne pensa?

Sono ottimista riguardo alla possibilità che il governo trovi una sintesi di interlocuzione soddisfacente con la Commissione europea che consenta di procedere oltre la “terza tranche” con modifiche (incluse riallocazioni ed eliminazioni) sui progetti Pnrr; peraltro le stesse istituzioni Ue dovrebbero cominciare a ipotizzare un prolungamento dei tempi di utilizzo delle risorse oltre il giugno 2026. L’Italia le sta utilizzando più lentamente del programmato, ma con tempi decisamente migliori rispetto i vecchi e più piccoli “fondi strutturali”. Sulla qualità della spesa nell’ambito del Pnrr, nonché delle riforme collegate, andrà fatto un approfondimento specifico poiché la necessità di spendere in fretta può talvolta andare a scapito della qualità e utilità degli interventi. In conclusione, il governo si è mosso sin dai primi mesi con buon realismo nel contesto nazionale e pragmatismo nell’interlocuzione con le istituzioni europee; lo si è visto nella chiara definizione di percorsi di bilancio pubblico prudenti e sostenibili. La vera e difficile sfida rimane quella di far uscire l’Italia dalla prolungata stagnazione della produttività e far ripartire la crescita dei salari reali, anche tramite un’efficace politica industriale.

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