1° maggio, festa dei lavoratori. Festa doppia per chi festeggerà con una bella dormita

Il lavoro è sacrosanto, e il riposo? Due provocazioni per trascorrere la giornata nel miglior modo possibile, comodi tra due guanciali

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Il lavoro è sacrosanto, e il riposo? Non è stato un semplice sfizio ironico quello che mi ha fatto ricordare in occasione della Festa del Lavoro che il signor Chesterton scrisse due articoli intitolati rispettivamente Dello stare coricati a letto e Intorno all’abolizione del riposo domenicale (dalla raccolta La nonna del drago e altre serissime storie).
Pur scrivendo in tempo che pare anni luce da noi (i due articoli sono del 1909 e del 1930), già allora era evidente che la logica brutalmente utilitaristica legata alla fantomatica “idea di Progresso” avrebbe debordato nel regno libero della vita privata dell’uomo. A Chesterton, però, fu evidente che chi ne usciva schiacciato era l’uomo comune e non semplicemente il lavoratore.
Premetto questo perché, verisimilmente, nei due articoli in questione certe argomentazioni addotte dal signor Chesterton in difesa di una certa idea di lavoro risulterebbero risibili dal semplice punto di vista sindacale.
Partiamo dal primo esempio. Chesterton protestò perché, anche a quell’epoca, era stata avanzata l’ipotesi di abolire la domenica come giorno settimanale di riposo (e questo trovava d’accordo il collettivismo russo e il capitalismo americano). L’ipotesi era quella – e non ci è affatto estranea – di dare un diverso giorno di riposo infrasettimanale ai lavoratori, e di stabilire dei turni per non interrompere la catena produttiva e garantire un margine di profitti maggiore. Mi pare evidente che in un qualunque serio tavolo di trattativa tra parti sociali, le parole di disapprovazione di Chesterton sarebbero suonate fuori luogo: «I comunisti si dicono a favore dei turni di lavoro e anche di frequenti vacanze; e allo stesso modo anche i capitalisti. Dicono che il lavoro dovrebbe essere organizzato per tutti, e che le ferie dovrebbero essere date di volta in volta a ciascun individuo; ma lo stesso vorrebbero i capitalisti. Viene concessa all’individuo una vacanza, ma essa non ha nulla di individuale. È data da una forza impersonale con rotazione meccanica, e su questa l’individuo stesso non può esercitare alcun potere. Non gli viene offerta nel giorno del suo compleanno, o nella ricorrenza del suo santo patrono, né in alcun altro giorno di sua preferenza. Dio non voglia! – o meglio, la non-esistenza di Dio non voglia!».
Nessuno si sognerebbe di difendere i diritti del lavoratore, reclamando che bisognerebbe concedergli di potersi riposare nel giorno del suo compleanno. Perché quando lo si pensa come lavoratore, solitamente si sta pensando in modo serio – e cioè si smette di pensarlo come uomo. O meglio, lo si pensa ancora come uomo, ma solo nel senso di soggetto-produttivo-a-cui-spettano-certi-diritti. Chesterton, invece, non è proprio in grado di pensare al lavoratore, senza pensarlo anche come uomo.
L’impercettibile (ai nostri occhi) differenza di prospettiva sta nell’intuire che solo difendendo l’uomo nel suo complesso risulterà anche più evidente come difenderlo meglio in quanto lavoratore. E per uomo s’intende l’uomo comune e il tutto di cui è fatto; ma tutto tutto. Anche il semplice fatto è lieto di ricordarsi in un certo giorno dell’anno di essere venuto al mondo.
È altrettanto evidente che la battuta sul diritto a festeggiare il proprio compleanno è tale (cioè, dice qualcosa di vero, ma senza pretese). Non ha, infatti, alcuna pretesa di attuabilità; ma ha la pretesa di dire che certe risibili argomentazioni appaiono ultimamente molto più ragionevoli di quelle su cui si basa la prevalente difesa del lavoratore. E risultano più ragionevoli perché trattano l’uomo umanamente, vale a dire dentro l’orizzonte complessivo delle sue esigenze naturali, affettive e intellettive. Cosa che, guarda caso, fanno anche le religioni.
Sempre Chesterton: «Comunque è altamente significativo nei confronti di un bisogno umano universale il fatto che le tre maggiori religioni, pur essendo in disaccordo intorno alla scelta della giornata sacra, siano d’accordo nella necessità di averla. Esse si sono combattute, perseguitate, oppresse e sfruttate nei modi più diversi, ma hanno conservato il profondo istinto umano di una Tregua di Dio in cui gli uomini debbano, se possibile, cessare di combattere, e anche (se mai l’idea è concepibile) smettere di sfruttarsi».
Se l’idea relativa al giorno di ferie per il compleanno è solo una battuta, Chesterton non scherza però sulla necessità che il giorno di riposo settimanale non sia generico e casuale e diverso per ciascuno. Perché l’idea della Domenica – o del Sabato, o del Venerdì – non è l’idea di un diritto alla pausa, ma è l’idea del riposo non svincolata dall’idea del compimento. L’idea della Domenica si basa sull’immagine di Dio, che il settimo giorno si riposò: e questa immagine custodisce da una parte il senso del lavoro come progetto e non come efficienza produttiva, dall’altra afferma (e ci ricorda) l’istinto umano alla pienezza, al compimento. Il lavoro non è esecuzione, ma opera e questo implica anche un momento in cui fermarsi a godere di ciò che è stato compiuto – riposandosi (e non prendendosi una tregua regolamentata su turni). Togliere questo ritmo ciclico dal lavoro è togliere la memoria della nostra radice umana legata al ciclo vitale del mondo. E non c’è da stupirsi se questo tipo di argomentazione manca nei tavoli di trattativa tra le parti sociali.
Comunque, anche in questo caso il giudizio che il signor Chesterton dà su una questione limitata ha sempre la portata di un orizzonte totale sull’uomo e, dunque, il vero senso del suo discorso non è un battibecco sulle pause e sulle ferie, ma il tentativo di spostare il soggetto del discorso su qualcosa di veramente interessante e degno: è vero che l’uomo è un lavoratore, ma la verità prima è che l’uomo è un essere creativo che partecipa all’opera (al progetto) della Creazione. E lo fa sempre, anche dedicandosi al suo hobby preferito la domenica; non dovrebbe essere scandaloso dire che lo fa anche quando se ne sta a letto a dormire.
Ridurre questa visione generale – cioè ridurre la natura creativa dell’uomo a una mera faccenda produttiva o anche di carriera – comporta che uno non possa più essere sinceramente libero anche in merito al riposo. Anche lo starsene a letto deve essere ricondotto a qualcos’altro che non sia puro e semplice riposo. Può essere una nuova pratica spirituale, magari l’ultimo ritrovato in merito di diete, ma non si può più dire che sia puro e semplice riposo. E qui entra in gioco il secondo articolo citato, per cui volentieri lascio la parola al signor Chesterton: «Il tono oggi comunemente usato verso la pratica di stare coricati a letto è ipocrita e malsano. Le azioni e le disposizioni secondarie dell’uomo devono essere libere, agili, creative, mentre immutabili devono essere i suoi principi e i suoi ideali. Ma da noi è vero il contrario: cambiano continuamente i punti di vista, ma il menu della colazione è sempre uguale. Da parte mia vorrei che gli uomini avessero opinioni forti e ben radicate, ma per quanto riguarda la colazione, la facciano qualche volta in giardino, qualche volta a letto, qualche volta sul tetto e qualche volta sopra un albero. Per chi studiasse la grande arte dello stare a letto vi è da aggiungere un’importante avvertenza cautelativa. Se rimanete a letto, badate bene di farlo senza motivo o giustificazione di alcun genere. Non parlo, naturalmente, per chi sia ammalato sul serio. Ma se un uomo sano se ne sta a letto, lo faccia senza addurre la minima scusa, e allora s’alzerà più sano di prima».

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