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Così l’affaire Xylella sta mettendo in ginocchio la Puglia

giugno 7, 2015 Francesco Amicone

Un piano del governo, incompleto e tardivo, sospeso dal Tar. L’incuria di certi coltivatori e l’abbandono degli alberi. E i soliti ambientalisti a difendere le piante morte che infettano le vive

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – La malattia degli olivi compare per la prima volta nel 2011 a Gallipoli. Gli agricoltori della contrada Li Sauli per primi ne notano i sintomi. Rami secchi, foglie morte, perdita di fiori e frutti. Chiamano gli esperti fitosanitari della Regione Puglia e il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) e scoprono l’esistenza di “Xylella fastidiosa pauca”, una variante di un batterio americano che vive nel sistema linfatico della pianta. Xylella è il fattore x, la causa principale di quello che viene chiamato “Complesso del disseccamento rapido dell’olivo” e che ha obbligato all’isolamento “vegetale” di metà Salento, fermato il mercato vivaistico e portato alla morte di centinaia di alberi da frutto.

Fino al 2011 non si riteneva che il batterio potesse aggredire l’ulivo. Si è scoperto solo quando è comparso a Li Sauli. Oggi, dopo quattro anni e nonostante le cure, un cimitero di tronchi neri ha preso il posto di quello che era un bosco verde e fiorente. Non c’è più alcun focolaio della malattia perché tutti gli olivi infetti sono morti. Continua a vivere, invece, la pianta selvatica, l’olivastro, usato da millenni come porta-innesto delle coltivazioni, ma del tutto inutilizzabile come albero da frutto. La zona infetta delimitata dal piano d’emergenza stilato dalla Protezione civile e firmato dal commissario straordinario Giuseppe Silletti, compare sulle locandine di tutti i paesi del Salento. La presenza del morbo è stata riscontrata in migliaia di alberi dall’Adriatico allo Jonio, lambisce Brindisi e minaccia di estendersi ben oltre i confini delimitati dal piano sospeso pochi giorni fa da una sentenza del Consiglio di Stato. Il pericolo maggiore è che in Salento accada agli olivi quanto è avvenuto nel sud della California alle viti, dove Xylella ha sterminato intere coltivazioni e tutt’oggi impedisce nuovi impianti.

La misteriosa presenza del batterio americano nel Salento ha un “perché”. Gli scienziati l’hanno ricostruito nel dettaglio. Ha preso l’aereo in Costarica, a bordo di una pianta di caffè; dopo uno scalo a Rotterdam è arrivato a Gallipoli e lì è stato prelevato da piccoli insetti che si nutrono di linfa, le cicale “sputacchine”; si è infiltrato negli olivi di Li Sauli, iniziando una lenta colonizzazione. Anno dopo anno, è comparso insieme ai suoi effetti mortali vicino alle strade principali di Lecce o in località turistiche distanti dalla zona infetta, come Oria. «Da Gallipoli la malattia si è diffusa a macchie di leopardo in varie zone del Salento», spiega a Tempi Domenico Bianco, presidente del consiglio comunale di Surbo, in provincia di Lecce. Ha infettato alcuni olivi di Trepuzzi, Sternatia, Galatina, Copertino, Veglie. «Sembra che il batterio, sfruttando le cicale, abbia risalito le principali direttrici, strade e ferrovie – osserva Bianco –, come se avesse fatto un giro turistico e si fosse fermato in certe zone per guardare il paesaggio. Xylella da almeno un anno è diventato l’argomento di conversazione di tutto il Salento. L’unica nota positiva della malattia è che dopo tanti anni si è tornati a parlare di olivi». Bianco non è solo un politico ma anche un giardiniere, “figlio delle masserie”, fattorie fortificate di pietra bianca sparse nella campagna salentina. «Nel Salento fino al 1300 avanti Cristo non c’era un solo ulivo – racconta Bianco –, ma una foresta di querce e pini. I primi a coltivarli furono i monaci Basiliani nella masseria di Santa Maria Cerrata, e nei secoli gli olivi hanno iniziato a modificare l’ambiente. Questa pianta non è spontanea, ha bisogno delle cure costanti dell’uomo. Dopo l’abbandono totale dell’antico sistema agricolo, molti oliveti sono stati lasciati senza cura, altri vengono mantenuti per hobby, e solo ora, dopo l’arrivo della malattia, vengono curati».

Olio balsamico, rame e calce, endoterapia con il Fluimucil. Si è provato di tutto per debellare Xylella, ma nulla è servito. «Qualche agricoltore ha provato anche con l’acqua santa, ma secondo agronomi e batteriologi l’unico modo per combattere la malattia è isolare le aree e far morire le piante», spiega Bianco. Per la comunità scientifica Xylella è un patogeno da quarantena. Quando nel 2011 l’università di Bari e il Cnr scoprirono la presenza del batterio negli alberi di Gallipoli, spinsero la Regione Puglia a rivolgersi immediatamente alla Commissione europea, la quale, in risposta, chiese al governo italiano di applicare il protocollo delineato (in parte) dal Piano Silletti: abbattimento degli alberi, eliminazione dei vettori del batterio e delle possibili piante ospitanti.

Vivai immobilizzati
Il piano, naturalmente, ha suscitato molte polemiche e subito dopo le prime estirpazioni, gli ambientalisti hanno occupato i focolai, impedendo l’accesso delle ruspe e formando presidi permanenti. Nel frattempo, la malattia avanzava e la burocrazia andava a rilento. Sono sorte anche varie teorie del complotto in contrapposizione all’opinione scientifica: c’è chi crede che gli alberi siano stati infettati volutamente e Xylella non sia la causa del problema. Qualcuno pensa addirittura a un sabotaggio da parte di aziende che vorrebbero sostituire i boschi di olivi con impianti di energia fotovoltaica. L’Unione Europea continua a chiedere di attuare misure sempre più drastiche. L’ultima prevede «la rimozione e la distruzione delle piante infette, e di tutte le piante ospiti nel raggio di 100 metri, a prescindere dal loro stato di salute». In questo modo bisognerebbe sradicare tre ettari di olivi per ogni albero malato. Problema risolto? Non proprio. Colpevole della proliferazione del batterio non è solo la cicala “sputacchina” ma anche gli alberi che la ospitano senza sviluppare malattie. Fra queste si trovano specie che nel Salento crescono spontanee, come l’Acacia saligna. La burocrazia europea ha proibito di piantarle, ma i maggiori seminatori, gli uccelli, difficilmente ubbidiranno al divieto.

«Distruzione delle specie ospiti di Xylella fastidiosa all’interno di vivai». Questo è solo uno degli ordini che compongono l’ordinanza con cui i comuni hanno applicato il Piano Silletti. Ma i punti fondamentali del piano erano la lotta al vettore della malattia, le cicale sputacchine, e la distruzione delle piante che ospitano Xylella. Il problema principale del piano è che è arrivato con estremo ritardo. Inoltre, la strategia per combattere la diffusione del morbo, pubblicata in gazzetta nel marzo 2015, è stata sospesa dopo un ricorso vittorioso al Tar e al Consiglio di Stato da parte di alcune aziende bio e di un gruppo di vivaisti della provincia di Lecce. Uno dei ricorrenti contro il Piano Silletti è Giuseppe Verdesca. Come il padre e il nonno prima di lui, ha la pelle scura di chi passa tutti i giorni sotto il sole e fra le piante. Il motivo del ricorso, spiega Verdesca a Tempi, non è una generale avversione al piano ma in particolare alle sue ripercussioni economiche. La sua azienda, a Copertino, sta morendo giorno dopo giorno come un olivo affetto da Xylella. I clienti sono quasi spariti. Le piante da distruggere appartengono a 180 specie e rappresentano l’80 per cento circa di alberi e arbusti presenti nei vivai della provincia di Lecce. Il paradosso è che l’obbligo della distruzione delle piante non è rivolto ai privati. Inoltre, il fatto che alcune di queste siano spontanee e onnipresenti nella vegetazione salentina, aumenta il senso di ingiustizia e i dubbi sulla reale utilità del sacrificio richiesto ai vivaisti. «Lo Stato ci chiede di eliminare e bloccare le vendite a nostre spese. Significa chiudere l’azienda», spiega il vivaista di Copertino. Quasi tutte le piante, nonostante la sospensiva del Tar, sono bloccate dal Piano Silletti. Non si possono spostare nemmeno all’interno della struttura. E oltre alla distruzione di alberi pagati o da pagare ai fornitori, la preoccupazione di Verdesca è per il futuro del mercato vivaistico. «Lo Stato mi impone di non vendere olivi, oleandri, agrumi, salici, nulla di nulla. Per quanto tempo? Anni, probabilmente», recrimina Verdesca. «Dobbiamo distruggere il nostro capitale e campare con il 20 per cento di quello che vendiamo? Tanto vale dare allo Stato le chiavi dell’azienda. Capiamo il problema ma ci serve un aiuto per risolverlo». Quello che chiedono al governo, Verdesca e gli altri vivaisti, non è il blocco del piano per arginare Xylella, ma un modo per far sopravvivere le proprie aziende.

Gli esperimenti
Fra le associazioni di olivicoltori salentini c’è anche chi sta finanziando esperimenti sul campo nel tentativo di arginare la malattia. Fabio Ingrosso, presidente di Copagri di Lecce e rappresentante all’Unasco, l’unione nazionale dei produttori olivicoli, ha sponsorizzato la sperimentazione di tecniche per contrastare l’avanzata del morbo. «L’ulivo può sviluppare le fitoalessine, una sorta di anticorpo delle piante», spiega a Tempi. «Il nostro team sta provando con varie molecole e princìpi attivi a vedere se è possibile evitare la morte dell’olivo, stimolandone la resistenza contro i fattori secondari che causano il disseccamento, come alcuni funghi». La ricerca, iniziata l’anno scorso, è riservata. Per ora, la speranza si limita a un risultato minimo: far sopravvivere il più possibile la pianta. «L’importante – spiega – è capire come fare convivere l’olivo con un batterio che non si può debellare».

La teoria della “convivenza” si basa sulla storia della coltivazione. «Molti se ne dimenticano – ricorda il presidente del Copagri –, ma la produzione di olio d’oliva è costellata di peripezie. Non è mai esistito un trattamento per risolvere tutto». Coltivare significa difendere l’albero tutti i giorni. È una lotta fra l’uomo e gli altri esseri viventi. «Il complesso del disseccamento dell’ulivo – racconta Ingrosso – arriva dopo anni di discussione su un altro problema, la lebbra. E quando un olivo non ha la lebbra, a far discutere sono gli attacchi delle mosche. Non è un caso – ricorda – che su tutti gli olivi affetti dal disseccamento, oltre alla Xylella, si trovino altri parassiti come i funghi e la zeuzera, una farfallina che depone le uova nel tronco. Alla zeuzera, prima si faceva la lotta: si andava nei campi con un ferro caldo e si ammazzavano tutte le larve all’interno dei tronchi. Ora molti terreni sono in abbandono e quindi è più frequente che le piante si ammalino». Il ritorno alle buone pratiche agricole è fondamentale per frenare l’avanzata del morbo, anche se non determinante. «C’è chi si prende cura della pianta potandola, uccidendo i parassiti; chi provvede a un’eradicazione tempestiva dell’albero malato. Ma purtroppo molti coltivatori non lo fanno, rendendo inutili gli sforzi di altri».

Una nuova politica agricola?
La morte degli olivi salentini ha molti colpevoli: il batterio, i funghi, le cicale, le farfalle, gli uccelli; ma anche la burocrazia europea, chi abbandona gli oliveti, gli ambientalisti che impediscono le eradicazioni degli alberi malati destinati comunque a morte certa, e ovviamente anche il governo, che non ha ancora definito l’interesse del paese. Ingrosso ricorda che «se l’Italia e l’Europa incentivassero la produzione dell’olio, la cura delle piante aumenterebbe di conseguenza». A ricorrere spesso nelle parole degli olivicoltori del Salento è l’esperienza spagnola. Dal 2000 il governo iberico ha rivoluzionato il sistema agricolo incentivando la produttività, l’ammodernamento del sistema delle colture, l’introduzione su tutto il territorio della raccolta meccanizzata (sulle piante, non a terra). Pratiche che hanno fatto diventare la Spagna il primo paese al mondo nella produzione di olio. «L’Italia, invece, nonostante il suo territorio fertile è immobile da anni – osserva Ingrosso –.

L’Europa oggi non fornisce premi per la produzione d’olio, ma si limita a sostenere economicamente i proprietari degli oliveti». La conseguenza di questa politica è che alcuni agricoltori si limitano a ricevere gli aiuti, non curandosi però dei propri fondi, producendo poco o niente e pensando di trarne solo vantaggi. Non è insolito, infatti, vedere campi con l’erba alta, papaveri e olivi malandati a fianco di uliveti perfettamente curati. Ciò rende vani gli sforzi per contrastare funghi, zeuzera e disseccamento rapido. Malattie e parassiti aumentano, cala la produttività e le aziende faticano a stare sul mercato. «Se continua così – osserva mestamente il presidente del Consiglio di Surbo, Domenico Bianco – dovremo cambiare la nostra natura di salentini: da olivicoltori diventeremo boscaioli». Francesco Leo, proprietario della Masseria Melcarne e di sessanta ettari di oliveto, inquadra in poche parole il problema: «Bisogna capire cosa vogliono da noi Europa e governo: ci vogliono “custodi del paesaggio” o olivicoltori?». La risposta è fondamentale per fermare Xylella. Basta osservare la devastazione compiuta a Gallipoli. Il batterio americano ricorda che la longevità dell’olivo non è affatto scontata, né spontanea. La pianta va curata, come facevano quegli uomini armati di zappa, forbici, ferri incandescenti e insetticidi. Uomini che da millenni difendono l’albero dal suo nemico numero uno: Madre Natura.


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