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La vittoria di Mariam Ibraheem

Di Leone Grotti
22 Giugno 2026
«Mi hanno salvato la fede e la figlia che portavo in grembo. Ho perdonato i miei persecutori». La testimonianza della donna che nel 2014 fu incarcerata e condannata a morte in Sudan solo perché cristiana
Mariam Ibraheem in una foto recente insieme ai figli Martin e Maya
Mariam Ibraheem in una foto recente insieme ai figli Martin e Maya (foto concessa a Tempi per la pubblicazione da Mariam Ibraheem)

Il giorno più duro, per Mariam Ibraheem, non è stato quello in cui ha scoperto che nonostante fosse cristiana avrebbe dovuto imparare a scuola il Corano a memoria come se fosse musulmana; né quello in cui ha ricevuto una chiamata minacciosa dalla polizia che le intimava di presentarsi subito in questura; né quello in cui è stata condannata a 100 frustate per adulterio, perché nel Sudan islamico la validità del suo matrimonio cristiano non era riconosciuta; né quello in cui è stata tentata ripetutamente, quasi come Gesù nel deserto, di abiurare la fede cristiana e di convertirsi all’islam o quello in cui è stata picchiata in prigione; e non è stato neanche quello in cui un giudice l’ha condannata all’impiccagione per apostasia secondo i dettami della sharia. No, racconta in una lunga intervista a Tempi la madre sudanese, a dodici anni da quei terribili fatti, «il momento più difficile è stata la prima notte che ho passato in cella: ero terrorizzata. Mia madre era morta, la famiglia di m...

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