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VERSO IL MEETING/13 Cavallo bianco: una ballata di Chesterton

agosto 22, 2011 Annalisa Teggi

La vicenda del re del Wessex secondo il più paradossale e cristiano degli scrittori inglesi. Una leggenda che è all’origine di un popolo

Un secolo fa, nell’agosto del 1911, Gilbert K. Chesterton pubblicò il poema La ballata del cavallo bianco; quasi una mosca bianca nel panorama di una letteratura che traboccava di uomini vuoti, di personaggi in cerca d’autore e di indifferenti. Applicando alla lettera il significato della parola paradosso, Chesterton trovò un uomo vivo disseppellendo un cadavere. La storia di un buon re vissuto su un’isola in un tempo lontano: questo, dice Chesterton, è l’inizio dell’avventura più bella sulla terra. Ma non è una favola.

Alfred il Grande, vissuto tra l’849 e l’899, fu re del Wessex e nel 878 combatté un’epica battaglia a Ethandune sconfiggendo, contro ogni previsione, gli invasori danesi che avevano occupato la Gran Bretagna. Tutto quello che la storia ufficiale scredita riguardo a questo re, Chesterton lo accredita: «Scrivo come chi è assolutamente ignorante di tutto eccetto che di aver verificato che la leggenda del Re del Wessex è tuttora viva nel paese».

La prima vittoria sul nichilismo moderno è dar credito al popolo, alle figure autorevoli che esso consegna alla memoria collettiva, come radice e nutrimento della civiltà. La ballata del cavallo bianco chiama a raccolta il popolo inglese (e non), in quanto popolo; lo raduna attorno al fuoco come facevano i padri. E dietro alle imprese militari di quel sovrano che per primo poté fregiarsi del titolo di Re d’Inghilterra, c’è un racconto rivoluzionario sulla speranza cristiana. Conversione è una parola che solitamente si attribuisce alla dimensione intima di una persona, ad un cambiamento (magari autentico e sentito) del suo pensiero. Chesterton, invece, parla di conversione in termini di vista nuova, concreta e spicciola. Guthrum, il re pagano nemico, dopo la battaglia di Ethandune viene battezzato: Chesterton descrive questo evento con un primissimo piano sugli occhi di questo imponente vichingo. Sono occhi color del cielo, ma di un cielo che viene stravolto da un gigantesco temporale che lo squarcia e che contemporaneamente lo pulisce, così che, scomparsa ogni nube, possano di nuovo mostrarsi le stelle: «Così gli occhi di Guthrum mutarono, / e l’urto fu inevitabile e più incredibile / di un migliaio di uomini in volo».

Ma anche Alfred, il re cristiano, è un uomo che ha dovuto convertirsi; ha dovuto anch’egli volgere gli occhi all’origine della fede che già professava. All’inizio del poema, nel momento più cupo della sua vicenda umana, a lui appare la Madonna: Alfred è un re sconfitto, senza un esercito stabile, barricato in un lembo di terra con i nemici che lo assediano e, nella disperazione di quel momento, chiede a Maria conforto; le chiede se il suo popolo prima o poi potrà di nuovo vivere in pace vedendo il nemico fuggire.

Sai provar gioia senza un motivo?
A lui la Madonna risponde: «La notte sarà tre volte più buia su di te / e il cielo diventerà un manto d’acciaio». Anche la conversione di Alfred passa attraverso il temporale, apparentemente tremendo, della voce di Maria. A queste parole Maria aggiunge anche una domanda: «Sai provar gioia senza un motivo?» e questa non è un’esortazione a rallegrarsi senza troppi pensieri, ma una provocazione sul senso più autentico della speranza cristiana. La speranza non riguarda il futuro; è il primo sguardo di Dio che di fronte alla sua creazione vede che è cosa buona. All’uomo non occorre una filosofia che giustifichi il male del mondo, non gli occorre neppure una speranza che sia una semplice premonizione o illusione che le cose miglioreranno. Gli occorre invece una vista ripulita, convertita, sul mondo. Laddove l’imperante teoria progressista illude l’uomo dicendogli che questo è un universo cattivo, ma migliorerà, Chesterton puntualizza invece che questo è un universo buono anche se peggiorerà. La speranza del cristiano è radicale, perché ha a che fare con il disegno originale del mondo, non con ciò che potrà accadere in futuro; è ancora la voce di Maria a ricordare ad Alfred: «Ma tu e tutta la stirpe di Cristo / siete ignoranti e coraggiosi, / e avete guerre che a stento vincete / e anime che a stento salvate».

Esiste sempre un nemico
E qui entra in scena il cavallo bianco, che campeggia nel titolo e compare poche volte nel testo; perché spesso la verità che abbiamo sotto gli occhi ci appare sbiadita, se non offuscata del tutto. Ignoranti e coraggiosi furono quegli uomini primitivi che, vedendo la bellezza di alcune verdi colline, scolpirono sopra di esse la figura di un cavallo bianco: la bellezza è il segno visibile del sigillo di bontà che il Creatore ha impresso fin dall’origine sul mondo, ma per l’uomo questa bellezza non è solo fonte di contemplazione, è anche fonte di creativa partecipazione alla vita. La tradizione custodisce la memoria di questa speranza radicale e parla di un uomo vivo vissuto dodici secoli fa.

La vita o la morte della nostra civiltà moderna dipendono da questa capacità di convertire la nostra vi(s)ta: il nemico che ha già conquistato il nostro lembo di terra è l’illusione, mascherata da falso umanitarismo, che non esistono più nemici. Ecco, infatti, alcune parole di Alfred, che nel finale della Ballata ha una visione sul nostro tempo: «Masse di uomini devoti al Nulla / diventati schiavi senza un padrone». Forse non è un caso che anche la tradizione del nostro popolo abbia le sue radici nel racconto di un uomo che, smarritosi nel buio di una selva, ci racconta di aver fatto una capriola cosmica per poter uscire «a riveder le stelle».

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