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Una domanda a papa Francesco dopo la sua intervista a Scalfari

novembre 12, 2016 Luigi Amicone

Posta l’attendibilità di quanto il fondatore di Repubblica ha riportato del suo dialogo con il Pontefice, mi viene una domanda

Santità, cosa ne pensa di Trump? «Io non do giudizi sulle persone e sugli uomini politici, voglio solo capire quali sono le sofferenze che il loro modo di procedere causa ai poveri e agli esclusi». Apparentemente privo di cordialità rispetto all’agire politico (ma quando non c’è più di mezzo Trump, più avanti nel suo discorso, la Politica con la P maiuscola sembra aristotelicamente auspicata, ove però i protagonisti fossero i “poveri” e i “movimenti popolari” di modello sudamericano), bisogna comunque prenderla con le molle l’ennesima intervista a papa Bergoglio comparsa questa mattina su Repubblica e (ancora una volta) firmata dal suo amico non credente Eugenio Scalfari.

Già significativo è il fatto che la conversazione si sia tenuta il 7 novembre, riferisce Scalfari, cioè il giorno prima delle presidenziali americane. E sia stata pubblicata ben quattro giorni dopo, per esplodere dentro la muta di commenti che gridano alla fine del mondo per l’elezione alla Casa Bianca del miliardario newyorkese. Comunque sia, lo ripetiamo, occorre accostarla con tutte le cautele del caso, visto che nel profilo dell’intervistatore ci sta anche un carattere che potrebbe far passare il dialogo con Io per quattro chiacchiere scambiate al bar con Dio. Detto questo, se il virgolettato attribuito a Bergoglio fosse veramente tutta farina del sacco papale, ci sarebbero affermazioni (e una costante di pensiero) a dir poco di sorprendente disarmonia.

Non solo perché l’intervista a un Papa conterrebbe una correzione importante del più importante dei comandamenti di Gesù, «ama il prossimo tuo come te stesso», che Francesco avrebbe corretto in «ama più di te stesso». Ma soprattutto perché, almeno così come viene restituito il dialogo con lui, sembra che il Papa argentino coltivi la ormai non più segreta convinzione che il Gesù dei Vangeli sia un poco superiore ma comunque dell’ordine di Marx e del suo Capitale. E il passaggio dove questa convinzione sembra chiaramente espressa è proprio quello in cui risponde alla esplicita domanda sull’argomento.
«Lei pensa dunque una società del tipo marxiano?» domanda Scalfari. Francesco: «Più volte è stato detto e la mia risposta è sempre stata che, semmai, sono i comunisti che la pensano come i cristiani. Cristo ha parlato di una società dove i poveri, i deboli, gli esclusi, siano loro a decidere. Non i demagoghi, non i barabba, ma il popolo, i poveri, che abbiano fede nel Dio trascendente oppure no, sono loro che dobbiamo aiutare per ottenere l’eguaglianza e la libertà».

Francamente, che Cristo abbia mai parlato nel modo in cui papa Bergoglio riferisce che Cristo ha parlato, è qualcosa che non c’è in nessun Vangelo e che possiamo apprendere solo dall’interpretazione che del Vangelo danno personaggi come il prete cattolico guerrigliero padre Camillo Torres, i cui scritti sono raccolti in Liberazione o morte (li conosco un po’ perché alle scuole superiori me li fecero leggere al posto de I promessi sposi), e che è effettivamente morto combattendo convinto che Cristo sarebbe stato come lui guerrigliero, marxista e guevarista. Certo, papa Francesco non autorizza la violenza rivoluzionaria e, anzi, nei passaggi più belli e convincenti, ricorda che il cristianesimo ha cambiato il mondo con l’amore, attraverso i suoi martiri e che oggi i martiri cristiani sono all’ordine del giorno. «Non ho mai pensato a guerra ed armi. Il sangue sì, può essere sparso, ma saranno eventualmente i cristiani ad essere martirizzati come sta avvenendo in quasi tutto il mondo ad opera dei fondamentalisti e terroristi dell’Isis i carnefici. Quelli sono orribili e i cristiani ne sono le vittime».

Ma così come per Marx la questione del “denaro” e del “profitto” sono centrali per l’analisi della società dello “sfruttamento capitalistico” e individuare il soggetto rivoluzionario (il partito comunista), analogamente papa Francesco sembra persuaso che il denaro sia tout court il male del mondo. E i poveri siano tout court il bene che salverebbe il mondo, se solo li si lasciasse diventare protagonisti della Politica con la P maiuscola. «Il denaro è contro i poveri oltreché contro gli immigrati e i rifugiati».

Ma onde evitare qualsiasi interpretazione strumentale o parziale, rileggiamo insieme il testo integrale dei passaggi in cui Francesco sembra convinto di queste due polarità, “denaro” cattivo e cattivo protagonista della storia da una parte, “poveri buoni e buoni protagonisti della storia dall’altra.

Dice Scalfari: «Lei mi disse qualche tempo fa che il precetto “Ama il prossimo tuo come te stesso” doveva cambiare, dati i tempi bui che stiamo attraversando, e diventare “più di te stesso”. Lei dunque vagheggia una società dominata dall’eguaglianza. Questo, come Lei sa, è il programma del socialismo marxiano e poi del comunismo. Lei pensa dunque una società del tipo marxiano?»
Risposta del Papa: «Più volte è stato detto e la mia risposta è sempre stata che, semmai, sono i comunisti che la pensano come i cristiani. Cristo ha parlato di una società dove i poveri, i deboli, gli esclusi, siano loro a decidere. Non i demagoghi, non i barabba, ma il popolo, i poveri, che abbiano fede nel Dio trascendente oppure no, sono loro che dobbiamo aiutare per ottenere l’eguaglianza e la libertà».

Scalfari: «Santità. io ho sempre pensato e scritto che Lei è un rivoluzionario ed anche un profeta. Ma mi sembra di capire oggi che Lei auspica che il Movimento dei popolari e soprattutto il popolo dei poveri entrino direttamente nella politica vera e propria».
Francesco: «Sì, è così. Non nel cosiddetto politichese, le beghe per il potere, l’egoismo, la demagogia, il danaro, ma la politica alta, creativa, le grandi visioni. Quello che nell’opera sua scrisse Aristotele».

Dopo di che – e lo dico, ci crediate o no, senza malizia e senza finzione – non mi sfiora nemmeno da lontano la presunzione di voler dare lezione. E per di più a un Papa. Però, da cristiano un po’ così e da cattolico un po’ sbandato, senza denaro ma che ammette apertamente la propria simpatia per fenomeni da “movimenti popolari” quale si è rilevato essere il fenomeno Trump (come avrebbe potuto vincere se non per un movimento popolare che si è scatenato a suo favore? Tant’è che il denaro mi pare che puntasse dall’altra parte, o no?), sono proprio interessato a capire certe posizioni del mio Grande Capo.

Vorrei provare a dirlo col tomo Cattolicismo che giusto in questi giorni mi è capitato di iniziare a leggere, autore Henri De Lubac, immenso teologo francese che rifiutò il cardinalato che gli voleva dare Paolo VI e che accettò infine la porpora cardinalizia dalle mani di Giovanni Paolo II, a patto di non essere fatto vescovo. Gesuita come Francesco e come Francesco molto sensibile all’aspetto sociale del cattolicesimo, mi sembra di poter dire con De Lubac che «per sottometterci al Vicario di Cristo ci basta credere al Tu es Petrus senza cercare più lontano». Ma, come aggiunge subito dopo lo stesso De Lubac, «un ordine, anche divino, non è mai la ragione ultima di niente… La ragione ultima del precetto non è il precetto, ma l’armonia». Non sarebbe dunque del tutto proibito domandare dove stia l’armonia in tutto ciò di cui sopra.

Foto Ansa

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